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La pittura delle catacombe e i mosaici cristiani di Roma e Ravenna

La pittura delle catacombe e i mosaici cristiani di Roma e Ravenna

 Le prime espressioni della pittura cristiana sono gli affreschi trovati nelle tombe e specialmente nei cimiteri sotterranei detti catacombe. A questi si accedeva da una scala che raggiungeva la profondità di sette od otto metri dal suolo; erano formate da lunghe gallerie ( ambulacri )comunicanti con l’esterno mediante lucernari che rischiaravano l’ambiente. Gli ambulacri si ampliavano a tratti in cubicoli, piccole celle nelle cui pareti erano incavati gli arcosoli, sepolcri sormontati da archi in muratura. A volte il cubicolo si trasformava in vera e propria cripta. A anche a luogo di riunione e di culto durante le persecuzioni, le catacombe decaddero dopo il trionfo della chiesa, e ne furono asportate le reliquie più insigni per consacrare le basiliche. Nei primi secoli, sui fondi chiari risaltavano motivi pagani adattati a simbolo cristiano (Amore e Psiche del cimitero di Domitilla)oppure scene bibliche, ad esempio le varie avventure di  Giona che prefigurano la morte e resurrezione di Cristo, e il famoso Amorino del cimitero di Domitilla. A partire dal sec. III si nota, nella pittura delle catacombe il processo di fissazione delle forme. Notissimo esempio del maturare di uno stile cristiano è l’Orante del cimitero di Callisto, giocata sui bianchi diafani e sui corposi gialli, quasi luce che si cristallizza in forma classica. Le basiliche e le solenni costruzioni centrali che eresse il Cristianesimo trionfante offersero alla pittura un nuovo esempio; ed essa seppe adeguarsi al compito trionfale elaborando genialmente il classico mosaico. Il primo mosaico cristiano che incontriamo, nella volta del deambulatorio anulare del mausoleo di Santa Costanza del sec. IV, conservava il carattere (compendiario). Il gusto decorativo (di origine egizia) è tanto raffinato che si gode lo splendore del verde lumeggiato d’oro sul candido fondo musivo. Nel georgico regno dell’Ellenismo  ci riconducono invece, i mosaici delle navate di Santa Maria Maggiore. Se teniamo presente la stretta affinità di questi mosaici con la miniatura paleocristiana, il problema della precisa data appare non sostanziale, giacchè proprio nella miniatura l’ellenismo ha vivaci affermazioni, come provano le mirabili pagine della Genesi di Vienna. Certo è che nelle idilliche scene figuranti i Fatti di Abramo, Giacobbe, Mosè, Giosuè, gusto illustrativo e tecnica del colore sono così palesemente (terrestri), che il Talbot-Rice ha potuto definire i mosaici della basilica paleocristiana il tentativo di conservare lo stile pompeiano. La decorazione dell’arco trionfale nella stessa basilica arricchita da figure simboliche, è avvolta in un’atmosfera sacra; il fondo naturalistico del cielo in prospettiva in gran parte scompare per far posto al simbolico fondo d’oro; coerentemente le forme affiorano sul piano, il colore, diluito nei mosaici delle navate mercè  le vibrazioni luministiche, si rapprende nell’arco trionfale entro i rigorosi contorni lineari e crea smaltate superfici. In Roma, divenuta provincia, troviamo nel sec.VI, il mosaico della basilica di Sant’Agnese bizantinamente stilizzato e il mosaico absidale della chiesa dei  Santi Cosma e Damiano che è stato giudicato opera artificiosa di decadenza. Che in Roma operassero fermenti d’arte di Maria col Bambino scoperta, sotto una ridipintura bizantina, in Santa Maria Nova de Urbe. Nei cicli musivi di Ravenna dobbiamo distinguere la fase “protobizantina” del sec. V, da quella del sec. VI. Dalla prima fase sono documento altissimo i mosaici che creano, nell’interno del mausoleo di Galla Placidia, una musica dolce e profonda di colore, senza possibilità di paragone nell’arte d’ogni tempo e di ogni scuola. Volte e pareti sono tappezzate di un vellutato mosaico azzurro-indaco su cui splendono auree stelle e la Croce tra i simboli degli evangelisti. Lo sguardo si sperde estatico in questo azzurro, come nella profondità abissale del mare. Candide immagini di santi lungo le pareti, la mistica allegoria dei cervi che bevono alla fonte e la rievocazione luminosa del martirio di San Lorenzo nelle lunette delle pareti, infine, nella lunetta della porta, la famosa scena del  Cristo Buon Pastore nel fiorito giardino paradisiaco: ogni figurazione chiara ed eterea sul quale fondo cupemente magico appare come “visione” piuttosto che come “figurazione”. Nel  battistero degli Ortodossi alla romana varietà di tinte si sostituisce la ricerca di pochi e modulati toni, fonte prima della musicale magia degli effetti. I mosaici della cupola del battistero sono ripartiti in tre zone concentriche in cui si alternano toni chiari di oro ambrato e toni scuri di verde-azzurro: al vertice è figurato il Battistero di Gesù, cui assiste il fiume Giordano personificato, ultima eco ellenistica. Ma è nell’età di Giustiniano che Ravenna si arricchisce di capolavori bizantini. Ricordiamo il solenne complesso musivo che le navate di Santa Apollinare Nuovo, in tre zone sovrapposte. Al tempo di Teodorico risalgono le 26  piccole scene evangeliche dell’ultimo ordine, in corrispondenza alle finestre che sono intramezzate da una decorazione architettonica. Questa gioca come coronamento delle nicchie dell’ordine inferiore le quali sono disposte per ambientare 32 solenni figure di santi tra le finestre. L’oro di fondo bizantino, ma il gusto narrativo nelle scene evangeliche e la plasticità delle immagini dei santi fanno supporre che Teodorico abbia chiamato da Roma maestri di tradizione paleocristiana. Tanto più emerge, nel contrasto, la terza zona in cui il vescovo Agnello fece eseguire le famose “teorie” di vergini e martiri. Esse sono comprese tra le figurazioni di Maria e Cristo circondati dagli angeli, il palazzo di Teodorico. Le “teorie” sono invece da ascriversi ad artista costantinopolitano, di stile “aulico”. L’essenza liturgica bizantina di manifesta compiutamente nella uniformità  dei costumi (splendidi quelle delle vergini), nella ritmica sequenza di gesti ed espressioni onde riesce annullata l’individualità, la forma stessa si scioglie in ritmo. Nel presbiterio, alla più antica ellenistica maniera ravennate si uniforma  la complessa decorazione con scene bibliche ed epiche figure di evangelisti. Nell’abside, operano maestri venuti da Costantinopoli per i due grandi riquadri figuranti l’offerta rituale per il sacrificio della Messa, di cui sono protagonisti di cui sono Giustiniano e Teodora circondati dal clero e dai cortigiani. Poi troviamo il mosaico dell’abside di Santa Apollinare in Classe nelle sue forme lineari e nei suoi contrastati colori. Rappresenta, in forma simbolica la Trasfigurazione di Cristo, espressa nella Croce adorata dagli apostoli, più in basso si erge la spettrale figura del vescovo Apollinare con le sue pecorelle, in un sommario giardino simboleggiante il paradiso. Sul vertice, tra i simboli degli Evangelisti, appare i Cristo benedicente, il Pantocratore bizantino.

Ultimo aggiornamento Lunedì, 15 Gennaio 2018 18:58