aggiornato il 17 Dec 2017 alle 6:19 PM
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NOVEMBRE 1943 - L’ECCIDIO DI PIETRANSIERI: LA SOPRAVVISSUTA RACCONTA…

  • Scritto da Mario Setta
  • Publicato in Arte e Storia

 A Pietransieri, una frazione di Roccaraso, nel mese di novembre del 1943, alla contrada Lìmmari, si verifica un eccidio terrificante: 128 persone trucidate. Vengono uccisi complessivamente 128 abitanti: 42 uomini e 86 donne. Fra di loro, 42 bambini (di cui 34 al di sotto dei dieci anni e uno, Gianfranco Guido, di appena un mese. La "ragione" di questa assurda strage resta tuttora ignota e fuori da ogni logica. Di questo incredibile e atroce misfatto, Virginia Macerelli, nata nel 1936, unica sopravvissuta, racconta: 

“A novembre, cominciarono a venire i tedeschi. Dicevano che dovevamo scappare perché il paese doveva essere

distrutto. Si sono presi tutti gli uomini per la guerra, anche mio padre ed altri due miei fratelli, quelli più grandi.

Dopo, Pietransieri è stata sfollata, perché bombardavano il paese e mettevano fuoco alle case. Siamo andati alle

masserie, a Limmari. Mia madre con sei figli è andata a Limmari e siamo stati per due notti sotto un albero, con una

tenda. Avevamo tutti fatto delle tende. I tedeschi venivano, ci interrogavano, bombardavano il paese e prendevano

tutti gli animali, i maiali e quello che trovavano. Il 16 novembre per primo hanno preso mio fratello. L' hanno portato

a Pietransieri con i maiali e l'hanno ucciso. Poi hanno preso l'altro mio fratello e l'hanno ucciso in un boschetto. Noi

siamo rimasti sotto la tenda per altri cinque giorni. Poi, il 21 novembre, sono venuti di nuovo i tedeschi dicendo che

dovevano ammazzare tutti quanti... Poi venne un tedesco, era bravo, e ci disse che dovevamo scappare, perché

sarebbe venuta la SS e tutti kaputt. Con la mano aveva fatto cenno: tutti kaputt. Abbiamo cominciato a scappare

verso Castel di Sangro… Dopo mezz' ora è arrivata la SS e ci hanno raggruppati. C'era un tronco d'albero e hanno

fatto sedere la gente intorno.  Poi hanno messo una mina, grande come un vaso di fiori e l'hanno fatta saltare.

 

 

 

 

 

Dopo che la mina era scoppiata, i tedeschi cominciarono ad uccidere i feriti con la mitragliatrice. Io stavo sotto

braccio a mamma. Ero la più piccola dei figli. Si sa che quando c'è un pericolo la madre stringe a sé tutti i figli. Io ero

la più piccola e così mi ha abbracciato. Mia madre aveva uno scialle sulle spalle e come i tedeschi hanno mitragliato è

caduta ed è morta all'istante. Io sono caduta sotto a mamma e sono rimasta lì, lo scialle di mamma mi aveva

coperto... Tutti strillavano. La prima volta che hanno cominciato ad uccidere che urli si sentivano! Poi è rimasto solo

silenzio. Non si sentivano neanche più gli uccelli. Niente! Non si sentiva niente. Tutto il mondo era silenzio. Sono

rimasta lì sotto a mamma, zitta, non parlavo. Ero piena di buchi, sono piena di buchi. Buchi che passano da parte a

parte. Dopo un po' ho cominciato a muovermi, ma ho visto che c'erano solo morti. Uno sopra l'altro, tutti morti.

Avevo alzato la testa quando ero ancora sotto a mamma ed avevo visto mio fratello che mi stava vicino. Mi ha detto:

Virginia, è morta mamma? Io gli risposi di sì.

 

 

Era morta sull' istante, l'avevo morta su di me. Mio fratello aveva un buco fatto con la mitragliatrice. Un buco da

parte a parte che gli aveva trapassato un occhio. Poi, dopo che gli avevo risposto, abbassò la testa e morì anche

lui... I tedeschi si erano allontanati un bel po', avevano ammazzato e se n’erano andati. Dopo un po' però sono

ritornati  per vedere se i morti erano davvero morti. Andavano con la pistola in mano, e con il piede spostavano la

gente. Allora io abbassai la testa sotto lo scialle di mamma e così non mi videro. Chi invece si muoveva ancora,

veniva ucciso con un colpo di pistola alla testa. Sono rimasta sotto a quei cadaveri per due giorni e due notti. Poi,

dopo tutto questo tempo, ho visto due donne di Pietransieri che venivano lì vicino. Allora le chiamai, perché le avevo

riconosciute e chiesi loro se mi potevano portare via. Mi sollevarono dai morti e mi portarono vicino ad un ruscello

d'acqua. Poi mi dissero: "Adesso vediamo se c'è qualcuno della tua famiglia, così ti mandiamo a prendere. Tu

aspetta qui".  Loro non mi poterono portare via, perché ognuno cercava di  scappare  per salvarsi. Sono rimasta

vicino a quel ruscello un'altra notte, insieme ad un ragazzo che si era salvato. Questo ragazzo stava peggio di me,

era ferito gravemente alle mani e poi non poteva camminare. Quella notte, quelle due donne ci misero dentro ad

una mangiatoia in una masseria, dove c'erano gli animali. Era notte tardi e vennero ancora i tedeschi. Questa volta misero fuoco alla masseria. Cadevano tutte le travi di legno del soffitto. Ci

cadevano addosso grossi carboni. Dissi a quel ragazzo che si chiamava Flavio: 'Se non ci hanno uccisi i tedeschi, mica dobbiamo morire abbruciati', e così siamo saltati giù dalla mangiatoia. Poi

tutti e due ci siamo rotolati per terra e siamo usciti dalla masseria.

Siamo andati vicino ad un ruscello d'acqua. Stavamo tutti e due stesi per terra. La mattina seguente, i tedeschi

andavano ancora in giro con il fucile in mano. Così dissi a Flavio: "Questi abbaiano come i cani, quindi non sono

italiani. Tornano un'altra volta". Forse è stato Iddio... Stavamo stesi per terra come morti, e come i tedeschi sono

venuti ci puntavano il fucile dietro le spalle, e con il piede ci muovevano per vedere se eravamo morti.  Niente. Noi

non ci siamo mossi. Né io né Flavio. Quelli dissero: "ja, ja, kaputt, kaputt" e se ne andarono. Più tardi, sempre di

mattina, arrivò mia nonna che era viva e che era stata in un' altra masseria. Quelle donne che mi avevano visto le

avevano detto che stavo lì. La sentivo strillare. Chiamava e chiamava i miei fratelli, mia sorella e mia mamma, ma

sapeva che erano morti. Lo faceva con disperazione. Poi chiamava me: "Virginia, Virginia". Era venuta con un'altra

donna. Si avvicinarono ed avevano una pizza fatta con il pane. Quelli sono bambini ed avranno fame, pensavano. Ma

io neanche dopo otto giorni ho potuto mangiare. Quel ragazzo invece ha preso la pizza e l'ha mangiata.  Mia nonna

quel ragazzo non l'ha potuto portare. Era ferito peggio di me. Quando mia nonna mi prendeva sotto le gambe io

strillavo, se mi prendeva sotto le braccia lo stesso. Mia nonna diceva: "Come faccio a portarti, figuriamoci Flavio". Poi

mi prese per una spalla, dove avevo meno dolore e mi caricò su di sé. Quel ragazzo è rimasto lì, non l' hanno potuto portare. Mi hanno portato in una masseria dove c'era tanta gente di

Pietransieri, che si era salvata. Quando mi videro ero un vaso di sangue. I panni mi si erano attaccati  addosso, ero senza scarpe... Non sapevano dove mettere le mani. Dicevano: "E ora come

facciamo?" Non mi potevano toccare perché i panni mi si erano attaccati addosso; dopo quei giorni il sangue si era assutto (asciugato) addosso. 

Così prepararono un caldaio d'acqua, lo misero in una bagnarola e mi calarono lì dentro per un bel po'. Poi una donna di Pietransieri,

che ora è morta, cominciò con una forbice a tagliare piano piano i vestiti. Quando mi tolsero tutto e videro tutti quei buchi, tutte

quelle ferite, strillarono loro per me. Io ho cinque buchi, al braccio, al petto e alle gambe. Alla fine mi lavarono tutta e con qualcosa

di lino mi disinfettarono i buchi. Dopo mi avvolsero dentro un lenzuolo, senza mettermi niente addosso e mi sistemarono in quella

masseria. Acqua e sale mi hanno guarito... Le donne che mi avevano curato andarono il giorno dopo a prendere Flavio, per salvare

quell'altra anima di Dio. Così dicevano le donne di allora. Ma non era andato nessuno a prenderlo. Aveva camminato molto perché lo

ritrovarono in un'altra masseria. Morto. Dopo, da Pietransieri io, mia nonna e quella vecchietta andammo a S. Demetrio, dove siamo

rimasti fino alla fine della guerra..."

Ultimo aggiornamento Venerdì, 24 Novembre 2017 18:01