aggiornato il 20 Aug 2018 alle 10:37 AM
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DUE DONNE NELLA RESISTENZA ITALIANA: ADA GOBETTI e IRIDE IMPEROLI

Due donne, al Nord e al Sud, due memorie, due vite dedicate ad un ideale comune: liberare l’Italia dall’occupazione nazi-fascista. Stesso tempo, stessa storia, luoghi diversi. Al Nord, in Piemonte, a Torino e nelle valli circostanti, è la vedova di Piero Gobetti, Ada Prospero, 41 anni, che impegna se stessa, la famiglia e la gente a lottare per prevenire e sanare le sciagure, le uccisioni, le stragi operate dai nazi-fascisti. Una lotta che è anche risposta armata, organizzando gruppi di uomini e donne in grado di attaccare o di difendersi dalle truppe tedesche. 

Al Sud, in Abruzzo, a Sulmona, Iride Imperoli Colaprete, 25 anni, orfana di padre, donna intelligente e sarta di professione, sceglie di impegnarsi nell’aiuto ai prigionieri di guerra, fuggiti dopo l’8 settembre dal campo di concentramento di Fonte d’Amore. Un settore d’intervento che accomuna le due donne, perché anche Ada Gobetti, appena nominata vice-sindaca, si occuperà dell’aiuto ai prigionieri politici usciti dalle carceri al momento della liberazione. Iride invece si occuperà della fuga dei prigionieri di guerra alleati, accompagnandoli a Roma, fino alla Città del Vaticano, dove aveva instaurato rapporti con l’ambasciata inglese, tramite il famoso prelato, Mons. O’Flaherty. Diventa la staffetta Sulmona-Roma

Due donne, due artefici di tipologie di resistenza. La Resistenza armata, quella di Ada Gobetti e la Resistenza Umanitaria, quella di Iride Imperoli. Il libro di appunti di Ada Gobetti, pubblicato col titolo “Diario Partigiano” è un resoconto giornaliero di tutta l’azione organizzativa, tutti i contatti, tutte le operazioni gestite da Ada. La fama di essere stata la moglie di Piero Gobetti ne fa un personaggio di rilievo, ma soprattutto la sua capacità di coordinamento dei gruppi, i suoi rapporti personali con i responsabili (Duccio Galimberti) o con intellettuali (Benedetto Croce), la conoscenza delle lingue da insegnante di scuola diventano strumenti di elaborazione resistenziale. Con lei, il figlio diciottenne Paolo e il secondo marito Ettore Marchesini. Una famiglia a servizio della causa. 

Iride, da sola, animata dalla solidarietà dell’organizzazione spontanea nata tra le gente semplice e povera del Borgo Pacentrano a Sulmona, sotto la guida di semplici contadini come Roberto Cicerone o del dentista Mario Scocco, accompagna e mette in salvo parecchi ufficiali alleati ed ebrei. Tra loro, William Simpson, John Furman, Joseph Pollak, che scriveranno l’autobiografia. In particolare Sam Derry, che diventerà il braccio destro di Mons. O’Flaherty che, con la Rome Organization, salverà oltre tremila persone tra prigionieri alleati ed ebrei. 

Ada Gobetti, attraverso numerose e difficili disavventure, tra cui stabilire rapporti con la resistenza francese, riuscirà ad arrivare sana e salva, con marito e figlio, alla liberazione di Torino, dopo il 25 aprile 1945. Italo Calvino, nella nota introduttiva al libro di Ada Gobetti, la descrive: “una donna, non una delle tante semplici donne italiane che in quel periodo furono spinte da un istintivo desiderio di pace e di giustizia a una superiore coscienza civile, ma una donna la cui vita era già segnata dalla lotta antifascista”. 

Iride Imperoli Colaprete viene catturata dalla Gestapo a Roma nei primi giorni del 1944. C’era stata una delazione, forse da Dick Messenger, una specie di ufficiale medico, catturato ubriaco dai tedeschi e che dà motivo di realizzare una retata di cittadini di Sulmona, incarcerandoli prima a Bussi e da qui a Civitaquana. Anche la madre e la sorella di Iride vengono incarcerate. Furono catturate decine e decine di persone, uomini e donne, rinchiusi in una casa adibita a carcere. A Civitaquana il Tribunale Militare Tedesco emette quattro condanne a morte. Fortunatamente, i quattro, di notte, una notte di pioggia e di tempesta, riescono a fuggire dalla cantina dove erano stati reclusi. 

Della sua vita in carcere e della sua azione di resistenza umanitaria, Iride ha lasciato un documento scritto con l’aiuto del figlio Salvatore Colaprete, un opuscolo inedito, riportato in parte nel libro “Terra di Libertà, storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale” a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta, in cui si possono leggere queste parole sincere e impressionanti:

«A Civitaquana, noi donne fummo messe in una cameretta. Eravamo una decina. Per andare al bagno dovevamo passare davanti agli uomini. I condannati a morte li avevano messi giù in cantina… Passarono pochi giorni e una mattina all’alba sentimmo un gran baccano. I prigionieri erano scappati. Successe il finimondo. Macchine che correvano sopra e sotto. Una gran confusione.  Dopo pochi giorni dalla fuga, sempre a Civitaquana, un altro giovane di 22 anni, tentò la fuga. Era un marinaio, tornato in licenza per trovare la fidanzata. Era incappato in uno dei soliti rastrellamenti ed era stato arrestato. Nella speranza di scappare era salito sul tetto. Quella sera c’era la luna e l’ombra della sua figura si proiettava proprio davanti alla sentinella, che incominciò a sparare. Successe il finimondo. Le guardie salirono sul tetto e lo crivellarono di colpi. Ci riunirono tutti in una stanza e ce lo buttarono davanti ai piedi. Gli usciva il sangue dalle orecchie e dal naso, batteva la testa a destra e a sinistra. Stava morendo. Io mi inchinai per prendergli la testa, ma un tedesco mi colpì con il calcio del moschetto alla fronte e al petto. Caddi a terra, svenuta. ... Ebbi un occhio nero e, a causa della botta al petto, mi usciva sangue dalla bocca. Avevo la febbre. Un medico tedesco anziano venne a visitarmi. Mi faceva le iniezioni. Era tanto buono. La febbre mi passò… Mi curò molto bene, tanto che quando tornai a Sulmona, il dottor Pantano disse che ero stata curata bene.»

 Da Civitaquana al carcere di L’Aquila e infine a casa a Sulmona. Questi, gli ultimi mesi di Iride prima della liberazione dell’Abruzzo, nel giugno 1944. 

 

IL 19 MAGGIO 1296 LA MORTE IN PRIGIONE DI PAPA CELESTINO V

  Il 19 maggio 1296, in una cella del castello di Fumone, in provincia di Frosinone, moriva papa Celestino V. Non più papa, dopo le sue dimissioni avvenute il 13 dicembre 1294, ma prigioniero di Bonifacio VIII, suo successore. Era stato eletto papa il 5 luglio di quello stesso anno nel Conclave di Perugia e vi era rimasto 107 giorni, dal 29 agosto, data della sua incoronazione, al 13 dicembre. Il periodo di tempo, poco più di un anno, dopo le dimissioni, fu braccato, perseguitato, imprigionato. Un accanimento, lontanissimo dall’amore cristiano. Procurato da un vicario di Cristo. Aberrazioni della storia del Cristianesimo e del Cattolicesimo in particolare. Dal 1313, anno della sua elevazione sugli altari ad opera di Clemente V, il 19 maggio è il giorno della festività canonica di San Pietro Celestino, patrono – con San Massimo, Sant’Equizio e San Bernardino - della città dell’Aquila.

Eppure la vita di papa Celestino V era stata una vita pura, limpida, dedita completamente al bene del popolo. L’Alter Christus per eccellenza. Nato

nel Molise, Pietro Angelerio, divenuto Fra Pietro da Morrone, intorno al 1246 si era stabilito all’eremo sul Morrone, con alcuni monaci. In

precedenza era entrato nell’Ordine di San Benedetto, ma aveva lasciato il monastero per farsi eremita, passando tre anni sul monte Palleno

(Porrara). Recatosi a Roma per studiare, nel 1239 era stato ordinato sacerdote. 

Il 21 marzo 1274, recandosi a Lione dove papa Gregorio X era arrivato per il Concilio Ecumenico, ottiene la Bolla di confermazione dell’Ordine dei

monaci morronesi di Santo Spirito. Al ritorno, nel luglio 1274, a L’Aquila, promuove la costruzione di un Santuario dedicato alla Madonna (Santa

Maria di Collemaggio), consacrato il 25 agosto 1288. Nel 1292 alla morte del papa Niccolò IV, al conclave riunito a Perugia, le due fazioni

contrapposte dei cardinali (Orsini e Colonna), non riescono ad eleggere il nuovo papa. Vi si reca il re di Napoli Carlo II d’Angiò con suo figlio Carlo

Martello per metterli d’accordo. Ma non ottiene nulla. Lasciando Perugia, Carlo II e il figlio Carlo Martello vengono a Sulmona. 

Il 6 aprile 1294 salgono a S. Onofrio e incontrano Fra Pietro, suggerendogli di scrivere una lettera ai cardinali riuniti in conclave. La lettera fa

effetto e il 5 luglio 1294 Pietro da Morrone viene eletto papa, all’età di 79 anni. L’11 luglio i delegati si avviano verso Sulmona. Anche Carlo II

col figlio si dirige verso Badia di Sulmona, ma stanco per il lungo viaggio, lascia che all’eremo salga suo figlio Carlo Martello insieme ai legati.

Giunti all’eremo nella tarda mattinata, l’arcivescovo di Lione, Bernard De Gout, si inginocchia davanti a fra’ Pietro e gli consegna il decreto di

nomina. Pietro si ritira in preghiera e in lacrime. Poi, dichiara di accettare la nomina. 

Il 25 luglio il corteo parte per L’Aquila: Pietro su un asino e ai fianchi Carlo d’Angiò e Carlo Martello. Arriva a L’Aquila il 27 luglio, dove rimane

per la consacrazione episcopale e per l’incoronazione papale che avviene domenica 29 agosto 1294 alla presenza di tutti i cardinali. Prende il

nome di Celestino, forse per ricordare Celestino III che aveva approvato l’Ordine di Gioacchino da Fiore. 

D’altronde era evidente e noto a tutti l’interesse e il rapporto che fra’ Pietro aveva stabilito con la teoria di Gioacchino da Fiore (1130-1202),

secondo cui l’età dello Spirito Santo, dopo quella del Padre e del Figlio, era imminente, e avrebbe apportato il predominio della libertà, della

grazia, della Pace e l’avvento del “Papa Angelico, il successore di Pietro che si eleverà in sublimi altezze”, al quale “sarà data piena libertà per

rinnovare la religione cristiana e per predicare il Verbo di Dio… la gente non sguainerà la spada contro i propri simili e nessuno si addestrerà

alla battaglia”. Sulla morte di papa Celestino V sono nate numerose illazioni, senza validi riscontri. Resta il fatto, inoppugnabile e indegno: un papa, Celestino V, deceduto in carcere!

 

25 anni fa Giovanni Paolo II tornava sul Suo Gran Sasso" per inaugurare la chiesetta Madonna della neve

  Il 20 giugno di 25 anni fa Giovanni Paolo II tornava sul Gran Sasso d’Italia, la montagna che più amava, forse

perché gli ricordava i Monti Tatra, in Polonia, e gli anni della sua giovinezza. Sulle balze delle cime più alte

dell’Appennino Papa Wojtyla era stato, più o meno in segreto, oltre un centinaio di volte, a camminare in solitudine o

a sciare, guardato discretamente a distanza da qualche collaboratore vaticano, da due o tre dirigenti del Centro

Turistico Gran Sasso d’Italia, da alcuni funzionari della Polizia di Stato. Tutti rigorosi osservanti della consegna del

silenzio sulle fugaci visite del Santo Padre al Gran Sasso d’Italia. Ma quella domenica del 20 giugno 1993,

diversamente, fu per una visita ufficiale e “pastorale”, alla quale fece da sfondo il coro delle vette della catena del

Gran Sasso: al centro il Corno Grande (2.912 metri), a sinistra i Pizzi Cefalone, Malecoste, Intermesoli e il Monte

Corvo, a destra il Brancastello, il Prena e il Monte Camicia. Il Papa, erto sul palco allestito a Campo Imperatore tra la

stazione d’arrivo della funivia e l’albergo, dopo aver benedetto la chiesetta della Madonna della Neve, riaperta dopo i

  lavori di restauro realizzati dagli Alpini della Sezione Abruzzi dell’ANA, recitò le preghiere dell’Angelus e

rivolse parole che sono rimaste scolpite nel cuore degli aquilani e degli appassionati della montagna. Che

evento stupefacente! Un inno allo spirito e alla natura le parole del Papa, nell’austera bellezza e maestosità

delle montagne alle sue spalle e, di fronte a Lui, la meraviglia delle digradanti discese verso la

verdeggiante conca aquilana, racchiusa tra i contrafforti della catena montuosa del Velino Sirente e, in

fondo sulla sinistra, la vista imponente della Maiella.

“Carissimi Fratelli e Sorelle! E’ un incontro particolare questo di oggi, nel quale ci è data l’opportunità di

recitare l’Angelus nella suggestiva cornice del Gran Sasso, accanto a questa Cappella che ho appena

benedetta, semplice e graziosa, incastonata com’è nel maestoso paesaggio a me ben noto e caro. Qui il

 silenzio della montagna e il candore delle nevi ci parlano di Dio, e ci additano la via della contemplazione, non solo

come strada maestra per fare esperienza del Mistero, ma anche quale condizione per umanizzare la nostra vita e i

reciproci rapporti. Si sente oggi un gran bisogno di allentare i ritmi talvolta ossessivi delle nostre giornate. Il

contatto con la natura, con la sua bellezza e la sua pace, ci ritempra e ci ristora. Ma mentre l’occhio spazia sulle

meraviglie del cosmo, è necessario rientrare in noi stessi, nella profondità del cuore, in quel centro della nostra

persona, in cui siamo a tu per tu con la nostra coscienza. Lì Dio ci parla, e il dialogo con Lui restituisce senso alla

nostra vita.

Per questo, carissimi Alpini, che vedo numerosi a quest’appuntamento, ho molto apprezzato la vostra iniziativa di

ristrutturare questa Cappella, la quale vuole essere, per quanti qui giungono o sostano mentre salgono la

montagna, richiamo al soprannaturale, segno della presenza di Dio, invito alla preghiera. Così è per voi, cari amici, che vi siete qui radunati, preoccupandovi di assicurare al vostro incontro festoso il

respiro ossigenante della preghiera. Esso, del resto, si amalgama bene con la vostra storia e la vostra cultura, oserei dire con la vostra

“spiritualità”. Voi siete infatti, come “plasmati” dalla montagna, dalle sue bellezze e dalle sue asprezze, dai suoi misteri e dal suo

fascino. La montagna apre i suoi segreti solo a chi ha il coraggio di sfidarla. Chiede sacrificio e allenamento. Obbliga a lasciare la

sicurezza delle valli, ma offre a chi ha il coraggio dell’ascesa gli spettacoli stupendi delle cime. Essa è pertanto una realtà fortemente

evocativa del cammino dello spirito, chiamato ad elevarsi dalla terra al cielo, fino all’incontro con Dio. Voi, cari Alpini, siete esperti di

questo suo misterioso linguaggio. Ascoltandolo, il vostro stesso servizio alla Patria si fa, con tutta naturalezza, servizio alla solidarietà e

alla pace. Lasciate dunque che, alla ben nota simpatia che il Corpo suscita nell’opinione pubblica, io aggiunga oggi anche l’espressione

del mio apprezzamento e della mia amicizia.

Da queste montagne il mio pensiero va a tutta la terra di Abruzzo, e in particolare alla diocesi dell’Aquila, che ebbi modo di visitare nel

1980. Rivolgo il mio saluto affettuoso al Vescovo, il caro Monsignor Peressin, che ha celebrato per voi l’Eucaristia. Saluto anche gli altri

Vescovi di questa provincia ecclesiastica, vicini a L’Aquila, poi saluto di cuore i Presbiteri, i Religiosi e le Religiose e tutta la Comunità

aquilana.

So dell’impegno che state ponendo, con esemplare entusiasmo, soprattutto nella pastorale familiare. È una scelta che merita

un vivo incoraggiamento, in questo tempo difficile in cui sulla famiglia si accaniscono forze corrosive che ne minacciano l’unità e la serenità. È

necessario dunque che, nella società civile come nella Chiesa, per il sostegno a questa fondamentale istituzione siano investite le migliori

energie. Le famiglie cristiane siano davvero lievito nella società, vivendo la loro vocazione di “chiese domestiche”, ispirate profondamente dal

Vangelo, ricche di preghiera, di tenerezza, di testimonianza. Carissimi Fratelli e Sorelle! Affidiamoci a Maria, che in questa Cappella è onorata

col titolo suggestivo di “Madonna della Neve”, non solo appropriato per la stupenda cornice della natura circostante, ma anche fortemente

evocativo del suo mistero di donna del candore: la “tota pulchra”, l’Immacolata. Ella ci insegni la via della fedeltà a Cristo. Ci ottenga coraggio

e fiducia. Benedica questa terra, e in modo speciale le sue famiglie e i suoi giovani”.  

Quell’anno, come ben racconta e documenta il giornalista e scrittore Giustino Parisse nel suo libro “Giovanni Paolo II e l’Abruzzo” (Graphitype Edizioni, 2005), ben tre volte Papa Wojtyla venne sul Gran Sasso. La prima era stata in un martedì di febbraio 1993 (il 16 o il 23) quando, reduce da una settimana di visite pastorali in alcuni Paesi africani – Benin, Uganda e Sudan –, si concesse alcune ore di libertà per una sciata a Campo Imperatore, sulla pista che poi verrà chiamata “pista del Papa”. Lo accompagnavano il suo segretario don Stanislao Dziwisz – che poi diventerà Cardinale e arcivescovo di Cracovia –, il medico Renato Buzzonetti e gli uomini della scorta. Del Centro Turistico erano presenti il presidente, Alfonso Scimia, il direttore Berardino Scimia, il direttore degli impianti Dino Pignatelli, il maestro di sci Bruno Faccia ed Enzo Volpe alla guida del gatto delle nevi. 

Racconta Giustino Parisse: “[…] Il Santo Padre scia per ore, si ferma solo per consumare un pasto frugale. Bruno Faccia ha portato da

Assergi dove abita, salame, prosciutto e formaggio di produzione locale e anche un po’ di vino. Il Papa apprezza pur senza esagerare

e poi riprende a sciare. […]”. La seconda volta, quell’anno, era stata il 13 aprile 1993. Sempre una visita privata e discreta per concedersi qualche ora di serenità e di sci, in una mattinata tormentata dal nevischio e dal vento, sulla pista della Scindarella. A metà

giornata, in una pausa per una colazione accanto alla casetta dei pastori, con gli addetti del Centro Turistico in rispettoso silenzio,

“[…] il presidente del Centro Turistico, Alfonso Scimia, – scrive ancora Parisse – quello che appariva il meno “bloccato” dalla presenza

del Santo Padre prese il coraggio a quattro mani e si rivolse a Karol Wojtyla dicendo: «Santità, i nostri alpini hanno quasi terminato di

restaurare la Chiesetta della Madonna della Neve, vorremmo che fosse Lei a inaugurarla». Il Pontefice guardò Alfonso Scimia e dopo

un attimo di pausa disse: “Vedremo”. Una risposta che al presidente del Centro Turistico sembrò un sì senza tentennamenti.”

Prende così avvio il 16 aprile la procedura d’invito ufficiale in Vaticano, con una lettera riservata del presidente Scimia, nella quale si chiede al Papa di benedire e inaugurare, il 20 giugno 1993, la restaurata chiesetta Madonna della Neve e l’autorizzazione a denominare la pista dove il Pontefice ha sciato “Pista Giovanni Paolo II”. Alla richiesta dà riscontro il 10 maggio l’arcivescovo dell’Aquila Mario Peressin con una lettera nella quale viene data per certa la visita del Pontefice domenica 20 giugno. L’ufficializzazione della visita pastorale del Papa giunge dalla Santa Sede con una lettera della Segretaria di Stato vaticana, datata 1 giugno 1993, diretta al presidente del Centro Turistico, Alfonso Scimia. Il sogno si avvera e il 20 giugno 1993 diventerà un’altra giornata memorabile nel cuore degli aquilani! Saranno così tre le visite ufficiali di papa Wojtyla a L’Aquila e dintorni: il 30 agosto 1980 nella città capoluogo, in occasione del sesto Centenario della nascita di San Bernardino da Siena, il 9 Agosto 1986 a Rocca di Mezzo e ai Piani di Pezza, dove erano in raduno 13 mila scout dell’Agesci, infine la visita del 20 giugno 1993 per inaugurare la restaurata chiesetta della Madonna della Neve a Campo Imperatore, ma in Abruzzo Giovanni Paolo II, in visita ufficiale era stato altre tre volte: nel 1993 a San Salvo, nel 1985 ad Avezzano e altri luoghi della Marsica, il 24 marzo, e il 30 giugno ad Atri, Teramo e al Santuario di San Gabriele. 

Tuttavia sono oltre un centinaio le visite private e riservatissime di Giovanni Paolo II sul Gran Sasso, dal 16 ottobre 1978, data della sua elezione al Soglio di Pietro in poi. Perfino prima ne è riscontrata una, nel 1962, come documenta una foto che ritrae Karol Wojtyla a Fonte Cerreto, base della funivia del Gran Sasso. Foto rinvenuta dall’appassionata ricerca di Pasquale Corriere, presidente dell’Associazione culturale “San Pietro della Jenca” cui si deve la valorizzazione della chiesetta alle falde del Gran Sasso dove papa Wojtyla si recava in raccoglimento, diventata nel 2011 il primo Santuario dedicato a San Giovanni Paolo II. Il grazioso borgo di San Pietro della Jenca, che nel 1254 fu uno dei Castelli fondatori dell’Aquila, divenne nei secoli successivi villaggio rurale per la residenza estiva di contadini e pastori di Camarda impegnati nel lavoro dei campi d’altura o sui pascoli circostanti. Fin quando il 29 dicembre 1995 a San Pietro della Jenca, in una delle sue numerosissime e segrete escursioni sul Gran Sasso, Giovanni Paolo II non vi sostò, raccolto in preghiera nella bella chiesetta medioevale. Poi ancora altre volte. Da quel momento quel luogo sacro è diventato molto caro agli aquilani, man mano caro a tanti appassionati della montagna e ai visitatori che lo raggiungono da ogni angolo d’Italia e talvolta dall’estero. Quasi in pellegrinaggio, già da quando papa Wojtyla era ancora in vita. Ma sopra tutto è diventato un luogo dell’affetto e della devozione verso il papa sentito dai fedeli “Santo subito” dal 2 aprile 2005, giorno in cui il più carismatico dei pontefici trapassò in Cielo. Il primo maggio 2011, infatti, con Roma piena di pellegrini da tutto il mondo, in una commovente cerimonia Benedetto XVI dichiarò “beato” Giovanni Paolo II, primo passo verso la sua santificazione. Appena 17 giorni dopo, data non casuale perché giorno della nascita di Karol Jozef Wojtyla (Wadowice, 18 Maggio 1920), la chiesetta di San Pietro della Jenca divenne il primo Santuario dedicato al Beato Giovanni Paolo II, come decretato dall’allora arcivescovo dell’Aquila, Mons. Giuseppe Molinari. 

In una lettera del 18 maggio 2011, per l’inaugurazione del Santuario, il Cardinale Stanislao Dziwisz, Arcivescovo metropolita di Cracovia, che di papa Wojtyla fu segretario, tra l’altro scrisse: “[…] vorrei salutare cordialmente le Autorità ecclesiastiche e civili dell’Aquila e tutti i presenti, radunati nella chiesa di San Pietro della Jenca, nel giorno della solenne dedicazione del Santuario al Beato Giovanni Paolo II. Insieme con voi ringrazio Dio onnipotente per il giorno della nascita di Karol Giuseppe Wojtyla, il secondo figlio di Karol ed Emilia Wojtyla. Ringrazio il Signore della vita per il giorno 18 Maggio 1920, il quale negli impenetrabili disegni di Dio fu il giorno della sua nascita per Dio, per la Chiesa e per tutta l’umanità. Desidero pure esprimere la mia personale gratitudine al signor Pasquale Corriere, presidente dell’Associazione Culturale San Pietro della Jenca, per la cura incessante di questa piccola chiesetta, nella quale Giovanni Paolo II pregò il 29 Dicembre 1995. Lo ringrazio cordialmente, e voi tutti, per i commoventi segni di grande amore al Santo Padre Giovanni Paolo II. Auguro che questo giorno della solenne dedicazione della chiesa di San Pietro della Jenca come Santuario di Beato Giovanni Paolo II sia per voi il momento della gioia che viene dal fatto di aver conosciuto il Santo dei nostri tempi, il quale c’insegnava come amare Dio ed il prossimo”. Il porporato era tornato ancora una volta nel borgo di San Pietro della Jenca insieme al Cardinale Kazimierz Nycz, Arcivescovo di Varsavia, qualche giorno prima dell’erezione della chiesetta a Santuario, avvenuta con una solenne celebrazione dell’Arcivescovo dell’Aquila. E quello stesso anno, il 7 agosto, il Cardinale Dziwisz donò la Reliquia del Beato Giovanni Paolo II custodita nel Santuario.

Ormai da anni, e particolarmente dopo la canonizzazione di San Giovanni Paolo II, il 27 aprile 2014 da Papa Francesco, singoli pellegrini e gruppi organizzati fanno sempre più di San Pietro della Jenca una delle tappe “wojtyliane”. La testimonianza di questo flusso crescente di devozione è testimoniata nei voluminosi registri che raccolgono i nomi dei visitatori, le richieste di grazie e le emozioni provate il quel luogo suggestivo, nel quale si avverte la presenza spirituale d’un Papa santo particolarmente amato dai fedeli. E in effetti in questo luogo ormai tutto parla di Karol Wojtyla. Lungo il percorso che conduce a San Pietro della Jenca si susseguono indicazioni stradali “Santuario S. Giovanni Paolo II”, fino a quel piccolo sentiero che conduce alla Chiesetta, suggestiva nella singolarità del luogo, suggestivo ed invitante al raccoglimento. Il 18 maggio 2005, peraltro, una delle cime della catena del Gran Sasso che si erge proprio di fronte al borgo di San Pietro della Jenca, detta del Gendarme sulle Malecoste, venne intitolata al papa polacco. Sulla Cima Giovanni Paolo II è ora issata una grande croce che guarda il borgo e la valle. E’ lì a testimoniare l’attaccamento del grande Papa Santo verso il Gran Sasso, dove con assoluta discrezione innumerevoli volte Egli venne a camminare o a sciare, e il suo amore per le montagne d’Abruzzo.  

 

La Grande Guerra,le gravi perdite della cultura,l’incontro di 100anni fa con Moscardelli:riemerge ricordo di Alvaro

La Grande Guerra, le gravi perdite della cultura, l’incontro di cento anni fa con Moscardelli: riemerge ricordo storico di Alvaro

Storia, cultura e vecchie lezioni sempre attuali. Da approfondire, perché come sosteneva Montanelli “un Paese che ignora il proprio ieri, di cui non sa

assolutamente nulla e non si cura di sapere nulla, non può avere un domani”. Per fortuna abbiamo ancora studiosi attenti e preziose botteghe dell’antiquariato,

che custodiscono e fanno conoscere importanti pagine della memoria. E’ così che oggi abbiamo la possibilità di rileggere il racconto di Corrado Alvaro sull’incontro

che ebbe oltre un secolo fa con Nicola Moscardelli, in una clinica romana dove erano stati ricoverati in seguito alle ferite riportate nella guerra del 1915-18. A 62

anni dalla morte di Alvaro, avvenuta a Roma l’11 giugno 1956, è interessante e molto significativa la testimonianza dello scrittore di San Luca.

Moscardelli, uno dei suoi poeti preferiti, nell’ottobre del 1915 fu gravemente ferito al volto, mentre combatteva sul Carso. Conseguenze molto pesanti: paralisi

locale, con difficoltà a masticare e cicatrice ad una guancia. Un mese dopo, nel novembre del 1915, Alvaro in prima linea sul Monte Sei Busi, nella zona di San

Michele del Carso, venne colpito alle braccia. Il destro non guarirà mai. Dopo una lunga degenza in diversi ospedali militari, passò al servizio sedentario a Chieti. E

nella città abruzzese ritornò nel 1943, per sfuggire al mandato di cattura dopo l’occupazione tedesca della Capitale. Visse dando lezioni di inglese sotto il falso nome di Guido Giorgi.

Giovani sottotenenti di venti anni, Alvaro e Moscardelli furono decorati con la medaglia d’argento al valore militare. “Fu la guerra italiana cui gli scrittori italiani diedero il loro

sangue, le loro sofferenze, la loro vita”, scriveva Alvaro. Evidenziando che “molte conoscenze fra noi di ogni parte d’Italia furono strette nelle caserme, al fronte, negli ospedali di

guerra”. Una significativa testimonianza del coinvolgimento degli italiani e dei prezzi molto alti pagati anche dal mondo della cultura. “La prima guerra mondiale ci chiamò tutti, e

tutti gli scrittori italiani in erba o in frutto vi parteciparono e ne furono testimoni. Una tale sorte comune valse a dare un carattere a quella generazione. Alcuni dei migliori

caddero sul campo”.

La riscoperta di questa testimonianza storica la dobbiamo allo studioso abruzzese Gianfranco Giustizieri, autore di numerose pubblicazioni ed uno dei maggiori conoscitori e

 

divulgatori delle opere di Laudomia Bonanni. “Tutti coloro che conoscono i miei interessi – ci dice – sanno che non mi lascio sfuggire l’occasione di recuperare

tutto il possibile della scrittrice aquilana, al fine di ricomporre il suo Archivio che in gran parte lei stessa distrusse, disillusa dal mondo della letteratura alle soglie

del 2000. Un caro amico e valente ricercatore, Andrea Giampietro, ha avuto l’occasione di segnalarmi il libro “Nicola Moscardelli. Poesie, racconti, saggi “, a cura

di Antonio Silveri, uscito per le Edizioni “Conchiglia”, Roma 1953, in occasione del decennale della morte del poeta di Ofena. Tra le pagine di questa raccolta

antologica c’è una bella pagina della Bonanni dedicata al rapporto di Nicola Moscardelli con i giovani che lo avevano scelto come maestro di vita e di speranza.

Moltissime le firme illustri che ci rendono un elenco lunghissimo di belle testimonianze: Tecchi, Ungaretti, Govoni, Papini, Betti, Cicognani, Ciarletta, Pischedda,

Titta Rosa, Bargellini, Bontempelli, Alvaro, e altri ancora ai quali faccio torto a non nominarli ma sono veramente tanti”. Sapendo del nostro interesse per Corrado

Alvaro, il prof. Giustizieri ci ha segnalato la testimonianza dello scrittore calabrese. Tante riflessioni di grande attualità. Così come a 75 anni dalla morte è ancora

molto attuale l’opera di Nicola Moscardelli. E lo studioso aquilano ne spiega i motivi, annotando innanzitutto che “la vera scrittura non muore mai e la memoria fa

parte del nostro presente”. E per essere più chiaro, si rifà ad una illuminante riflessione del letterato abruzzese. “Rubo un pensiero dello stesso Moscardelli e lo

faccio mio: “Nel corso della storia dell’uomo sono venuti alla luce migliaia di libri. Di questi libri una parte può essere dimenticata, ma c’è una parte di questi di

cui non si può farne a meno…”. Il prof. Giustizieri rivede in questa affermazione “il combattente della Grande Guerra, il poeta e il prosatore dagli inizi crepuscolari e dannunziani, poi futurista, fino

all’approdo del suo pensiero intorno al fascino della natura e ai misteri dell’esistenza umana. Come dimenticare!”

Alvaro aveva una grande stima di Moscardelli. “Uno dei poeti nuovi che accesero la mia fantasia sui venti anni. Lessi i suoi primi versi in Lacerba, il famoso

settimanale fiorentino di Papini”. Il ricordo del primo incontro: “Lo conobbi a Roma, alla clinica che si chiamava Kinesiterapico, in via Boezio. Aveva una ferita

crudele che io conoscevo per averla veduta tra i miei soldati, alla bocca. Eravamo tutti e due sottotenenti di complemento. Ricordavo precisamente i versi di

Moscardelli apparsi sul settimanale fiorentino, e glielo dissi col calore di un neofita”.

Tanta ammirazione. “Era attraente in lui la sua capacità di orientamento: era entrato subito nel vivo della polemica letteraria e del rinnovamento della letteratura

italiana, con la sensibilità pronta dell’abruzzese, e insieme dell’abruzzese il sentimento della tradizione, della forma, e dell’abruzzese la moralità naturalmente

esperta della giustizia e del bene e del male: il fondamentale cristianesimo”. Alvaro evidenziava che proprio sulle “esigenze di moralità e di cristianesimo, si sviluppò in seguito la personalità di

Moscardelli, con l’esigenza del ritorno a un ordine, a una letteratura che rispondesse agli interrogativi fondamentali dell’uomo, di fronte alla crisi che sopraggiungeva in tutti i valori dell’esistenza e

della società”. 

Nicola Moscardelli è morto a Roma nel 1943. Aveva 49 anni, essendo nato a Ofena (L’Aquila) nel 1894. Aveva lottato a lungo contro la malattia,

lavorando fino all’ultimo. “La vita non gli bastò. Fu un dolore vedere interrotta una ricerca in cui egli si era impegnato per intero”, scrisse Alvaro.

Rammaricato perché “le necessità di lavoro mi separarono da Moscardelli, prima che la nostra amicizia si cementasse. Né era facile ritrovalo più

tardi, chiuso e solitario come era”. Alvaro aveva avuto “una speranza”, quella di “vederlo al sommo di una verità raggiunta, e di un appagamento

che sanasse le sue ansie, che compensasse il suo lavoro incessante di ricerca”. Lo scrittore calabrese concluse così il suo pensiero su uno dei

protagonisti della storia della letteratura italiana del primo Novecento: “Resta in me l’immagine di quel nuovo poeta, in cui era già intera la sua

personalità, anche quella delle sue febbrili ricerche: la sua fantasia delicata, la sua estrema sensibilità morale, la sua interiorità e freschezza. Credo

che proprio questa parte istintiva e ispirata della sua vita si raccomandi alla memoria e alla storia della nostra letteratura”.

 

Scritti e libri preziosi che è possibile ancora recuperare e leggere grazie alle poche botteghe di antiquariato sopravvissute, purtroppo a forte rischio di chiusura.

E sarebbe un vero peccato. “Hanno un ruolo indispensabile”, ci tiene a ribadire il prof. Giustizieri. “Libri esauriti nella pubblica vendita, giornali e riviste,

quaderni monografici, fotografie documentali, labili tracce di esistenza, ecc., che solo le botteghe di antiquariato danno la possibilità di riportare in vita e alla

luce. Naturalmente sta allo studioso saper distinguere il vero dal falso documentale; inoltre il colpo di fortuna, la gioia del ritrovamento insperato costituiscono

momenti preziosi della ricerca”. Lo studioso aquilano rileva con amarezza che “la crisi ha colpito tutti e a L’Aquila il mio maggior riferimento è stato costretto, a

causa degli affitti cresciuti a dismisura, a trasferire il suo magazzino di libri e quindi la sua attività in altro luogo e fuori regione. Per fortuna il collegamento

diretto via telematica permette di sapere e annullare le distanze, ma comunque con il ritardo del…sapore della consegna!”

1- Nicola Moscardelli, uno dei grandi della letteratura italiana del primo Novecento, morto a 49 anni

2- Corrado Alvaro conobbe Nicola Moscardelli in una clinica romana dove erano stati ricoverati dopo le gravi ferite riportate nella Prima Guerra Mondiale del

1915-18

3- La copertina del libro su Moscardelli pubblicato nel 1953 a dieci anni dalla morte del grande letterato abruzzese. In queste pagine la testimonianza storica di Corrado Alvaro

4- "Personalità intera" si intitola la testimonianza di Corrado Alvaro su Nicola Moscardelli.

5- Corrado Alvaro fu molto addolorato per la morte di Moscardelli. Scrisse:”La vita non gli bastò. Fu un dolore vedere interrotta una ricerca in cui egli si era impegnato per intero"

6-Lo studioso abruzzese Gianfranco Giustizieri al quale si deve la riscoperta e la valorizzazione della grande scrittrice aquilana Laudomia Bonanni. Ricercando gli scritti della Bonanni ha trovato la

pubblicazione su Nicola Moscardelli con la testimonianza di Corrado Alvaro.

 

Ricordando Camillo Benso di Cavour

 In questo momento di particolare attenzione alla politica in Italia, il ricordo di personalità come Camillo Benso di Cavour e di quanti

hanno lasciato un’orma indelebile nella storia e nella cultura della nazione, 

può diventare memoria e stimolo per una leale partecipazione individuale e sociale.   

Il 6 giugno 1861, 157 anni fa, all’età di 51 anni, moriva Camillo Benso di Cavour. Il più grande statista dell’Unità d’Italia. Poco prima di morire aveva ricevuto dal

parroco, padre Giacomo da Poirino, un francescano suo vecchio amico, il sacramento dell’estrema unzione (oggi chiamato “Unzione degli infermi”) che il

sacerdote non avrebbe dovuto amministrargli perché scomunicato. Chiamandolo per confessarsi, Cavour aveva detto: “Voglio che si sappia, voglio che il buon

popolo di Torino sappia ch’io muoio da buon cristiano”.

Ma non sconfessò né fece ritrattazioni sulla netta separazione tra Chiesa e Stato. 

Cavour, moralmente parlando, non era certamente un “santo”, anche per le sue passioni sentimentali che lo avevano legato da giovane ad Anna Giustiniani,

patriota genovese, maritata, morta suicida per non poter continuare la relazione con Cavour. In seguito, nella maturità, stabilisce una relazione con Bianca

Berta Sovierzy, ballerina magiara, maritata Ronzani, con la quale Cavour ha un fitto carteggio, tanto che nel 1894 ne fu posta in vendita una serie di 24

lettere, acquistate dal suo segretario, Costantino Nigna e bruciate. Era evidente che le lettere avrebbero offuscato la fama di Cavour, grande statista. Tuttavia, anche oggi, si possono leggere le

Convocato dal Sant’Uffizio, il tribunale dell’Inquisizione, il prete fu punito con la “sospensione a divinis”. Era la vendetta, per interposta persona, nei confronti

del grande statista, artefice dell’Unità d’Italia che pochi mesi prima, il 27 marzo 1861, dieci giorni dopo la proclamazione dell’Unità, nel discorso

programmatico aveva detto: 

“Noi riteniamo che l’indipendenza del Pontefice, la sua dignità e l’indipendenza della Chiesa possano tutelarsi mercé la proclamazione del principio di libertà

applicato lealmente, largamente, ai rapporti della società civile colla religiosa. Quando questa libertà della Chiesa sia stabilita, l’indipendenza del papato sarà

su terreno ben più solido che non lo sia al presente. Né solo la sua indipendenza verrà meglio assicurata ma la sua autorità diverrà più efficace, poiché non

sarà più vincolata dai molteplici Concordati, da tutti quei patti che erano e sono una necessità finché il Pontefice riunisce nelle sue mani, oltre alla potestà

spirituale, l’autorità temporale.”

Cavour aveva previsto che la Libertà sarebbe stata la migliore arma di difesa della Chiesa. Non fu ascoltato. Come non fu ascoltato quando parlò di Libertà

per risolvere i problemi del Sud Italia: “Io governerò i meridionali con la libertà e mostrerò ciò che possono fare di quel bel paese dieci anni di libertà. In venti

anni saranno le province più ricche d’Italia. No, niente stato d’assedio: ve lo raccomando”, racconta Giordano Bruno Guerri, in “Il sangue del Sud”.

Dopo 157 anni le parole di Cavour restano sulla carta. Da allora, sulla scena politica italiana, statisti capaci di realizzarle, non se ne sono visti! “Non è facile amare Cavour. Aristocratico,

cosmopolita… una delle intelligenze più vive del tempo; morto più povero di quando era entrato in politica, primo ministro senza stipendio e con un appartamento di rappresentanza che non usava,

preferendo invitare gli ospiti per pranzo a proprie spese… La sua figura è troppo complessa, paradossalmente troppo moderna per essere sentita vicina dall’Italia di oggi”, cosi scrive Aldo Cazzullo,

nel libro “Viva l’Italia”. 

 

Sulmona - L’INCONTRO TRA UNA FAMIGLIA SULMONESE ED I PARENTI DI UN EX-PRIGIONIERO

 Un altro caso, l’ennesimo, viene ad aggiungersi alle centinaia che in questi anni hanno caratterizzato la storia degli ex prigionieri del Campo di concentramento di Fonte d’Amore. Il numero 78. Un campo che rinserrava oltre tremila prigionieri alleati, durante la seconda guerra mondiale. E che dopo l’8 settembre 1943 vide migliaia di prigionieri in fuga, risalendo il Morrone o trovando ospitalità tra le famiglie sulmonesi e dei paesi vicini

Molti i casi di familiari di ex prigionieri che tornano a Sulmona per ritrovare, conoscere e ringraziare quelle persone e famiglie che accolsero e aiutarono i loro cari. 

Qualche anno fa tre figlie di Samuel Redden Webster, prigioniero fuggiasco dal Campo 78, sono arrivate dagli Stati Uniti a Sulmona per rintracciare quelli che aiutarono il loro padre. 

Dall’elenco dell’ASC (Allied Screening Commission) riportato nel libro “Il Quarantatrè” di A. M. Scalzitti è stata subito individuata la famiglia De Capite Mancini Teodoro a Pacentro (via Madonna di Loreto) che aveva accolto e ospitato Samuel.  Lunedì 13 ottobre 2014 alle ore 16, l’incontro a Pacentro tra le sorelle Webster e i familiari di Teodoro. Lacrime di emozione e di gioia. Raffaele, figlio di Teodoro, ha raccontato e accompagnato le tre sorelle al campo dove lui, ragazzo quattordicenne, incontrò la prima volta il loro papà, portandolo poi a casa dove fu ospitato per una quarantina di giorni. Ai primi di novembre del 1943, insieme ad un gruppo di ex prigionieri, partiti dal fondovalle di Pacentro, Samuel affronta il sentiero della libertà andando a raggiungere gli Alleati. 

Un altro caso è quello del nipote di Umbert O' Perry, arrivato da San Diego, negli Stati Uniti, che ritrovò la storia di suo nonno nascosto  per nove mesi presso la famiglia Del Monte, in via Pola. La testimonianza di Maria Vincenza Del Monte è riportata nel libro “E si divisero il pane che non c’era”. 

Oggi l’ennesimo caso. Quello di Maurice Bartholomew, classe 1915, soldato della Royal Tank Regiment.  Catturato in Nord Africa il 2 aprile 1941 giunge come prigioniero al Campo 78 di Sulmona.  Fugge nel settembre del 1943 e  resta per un periodo di tempo a Sulmona nella cantina dell'abitazione della famiglia Petrilli Salvatore, in via Panfilo Serafini, come risulta dall'elenco dell'Allied Sctreening Commission, riportato nel  libro Il Quarantatrè. L'invasione tedesca in Italia. Nel 1974 Maurice Bartholomew ritornò a Sulmona con l'associazione ‟The Sulmona Reunion” assieme ad altri ex prigionieri, un centinaio circa, per commemorare il ricordo della loro presenza nel campo 78. In quell'occasione Bartholomew e gli altri prigionieri incontrarono alcune famiglie presso le quali avevano trovato ospitalità in tempo di guerra. 

Lunedì 7 maggio 2018 arriverà a Sulmona Teresa Clowes-Bartholomew, nipote di Maurice Bartholomew, assieme al marito e ai suoi due figli, per incontrare Maria Petrilli, figlia di Salvatore. L'incontro avrà luogo anche nel Campo 78 alle ore 10, per conoscere lo stile di vita che si viveva e per ricordare quel  the Sulmona's spirit che li caratterizzava. 

Mario Salzano    Mario Setta 

 

UN TESORO ABRUZZESE: L’ABBAZIA CELESTINIANA A SULMONA

Il 5 maggio, dopo anni di lavori, la Chiesa di Santo Spirito nella Badia sarà riaperta al pubblico

Un tesoro d’arte e di storia, di bellezze e di sevizie: l’abbazia celestiniana, la più grande dell’Italia Centrale, situata in Badia di Sulmona. Un

fabbricato a pianta rettangolare (m.119x140). All’arrivo di Fra Pietro, nel 1241 secondo Guido Piccirilli, c’era una cappella dedicata a S. Maria,

che cercò di ampliare. In seguito, verso la fine del XIII secolo, fu costruita una chiesa dedicata allo Spirito Santo, con convento annesso, sulla

base dello stretto rapporto che Fra Pietro aveva stabilito con la teoria di Gioacchino da Fiore (1130-1202). Una teoria teologica d’avanguardia

e che dimostra come Celestino V, papa, non fosse di “scarsità di dottrina”, come dichiara nel testo delle dimissioni.

Nell’abbazia sono visibili diverse rappresentazioni pittoriche della colomba, simbolo dello Spirito Santo. Secondo Gioacchino da Fiore, la storia

degli uomini si basa sul modello della Trinità, scandito in tre tappe: 

- età del Padre: predominio della legge e della schiavitù; 

- età del Figlio: predominio della grazia;  

 

- età dello Spirito Santo: predominio dell’amore, della libertà, della Pace. Un’età in cui avrebbe avuto luogo l’avvento del “Papa Angelico, il

successore di Pietro che si eleverà in sublimi altezze”, al quale “sarà data piena libertà per rinnovare la religione cristiana e per predicare il

Verbo di Dio… la gente non sguainerà la spada contro i propri simili e nessuno si addestrerà alla battaglia”. 

Fra Pietro era giunto sul Morrone intorno al 1241, stabilendosi accanto ad un oratorio dedicato a     S. Onofrio, eremita della Tebaide, che

risaliva ad un’epoca di passaggio dal paganesimo al cristianesimo Si chiamava Pietro Angelerio, nato nel Molise ed entrato nell’Ordine di San

Benedetto. Lasciato il monastero per farsi eremita, aveva trascorso tre anni sul monte Palleno (Porrara). Poi era andato a Roma per studiare

e nel 1239 ordinato sacerdote. Il 21 marzo 1274, recandosi a Lione dove papa Gregorio X era arrivato per il Concilio Ecumenico, ottiene la

Bolla di confermazione dell’Ordine dei monaci morronesi di Santo Spirito. 

Al ritorno, nel luglio 1274, a L’Aquila, promuove la costruzione di un Santuario dedicato alla Madonna, Santa Maria di Collemaggio, consacrato

 

il 25 agosto 1288. Nel 1292 alla morte del papa Niccolò IV, al conclave riunito a Perugia le due fazioni contrapposte dei cardinali (Orsini e

Colonna), non riescono ad eleggere il nuovo papa. Vi si reca il re di Napoli Carlo II d’Angiò con suo figlio Carlo Martello per metterli d’accordo.

Ma non ottiene nulla. Lasciando Perugia, Carlo II e il figlio Carlo Martello arrivano a Sulmona. Il 6 aprile 1294 salgono a S. Onofrio e

incontrano Fra Pietro, suggerendogli di scrivere una lettera ai cardinali riuniti in conclave. 

La lettera fa effetto e il 5 luglio 1294 Pietro da Morrone viene eletto papa, all’età di circa 80 anni. L’11 luglio i delegati si avviano verso

Sulmona. Anche Carlo II col figlio si reca a Badia di Sulmona, ma stanco per il lungo viaggio, lascia che all’eremo salga suo figlio Carlo

Martello, insieme ai legati pontifici. Giunti all’eremo nella tarda mattinata, l’arcivescovo di Lione, Bernard De Gout, si inginocchia davanti a Fra

Pietro e gli consegna il decreto di nomina. Pietro si ritira in preghiera e in lacrime. Poi, dichiara di accettare la nomina. Il 25 luglio il corteo

parte per L’Aquila: Pietro su un asino e ai fianchi Carlo d’Angiò e Carlo Martello. Arriva a L’Aquila il 27 luglio, dove rimane per la consacrazione

episcopale e per l’incoronazione papale che avviene domenica 29 agosto 1294, alla presenza di tutti i cardinali. Prende il nome di Celestino, come Celestino III che aveva approvato l’Ordine di

Gioacchino da Fiore. 

Il 6 ottobre 1294 il corteo di papa e re parte dall’Aquila per andare a Napoli. Il 7 ottobre arriva a Sulmona e il 9 ottobre avviene la consacrazione dell’altare maggiore della chiesa di Badia di Sulmona. Il 10 ottobre, sale a S. Onofrio e incontra fra Roberto di Salle. Il 5 novembre arriva a Napoli. Il 13 dicembre 1294 si dimette. Il successore, Bonifacio VIII, cerca in tutti i modi di inseguirlo con le sue guardie, riuscendo a farlo prigioniero e a rinchiuderlo nel castello di Fumone, in provincia di Frosinone. Il 19 maggio 1296 muore, recluso in una cella.     

Nel 1299, tre anni dopo la morte di Celestino V, Carlo II d’Angiò ricostruì il convento, abbellito nel 1500, restaurato dopo il terremoto del 1706. L’Ordine dei Celestini fu soppresso nel 1807 e l’edificio ebbe varie destinazioni, fino a diventare carcere penitenziario. Il 9 maggio 1974, dal carcere penitenziario avviene l’evasione di Horst Fantazzini, un anarchico che aveva tentato una precedente evasione a Fossano, in Piemonte, ferendo varie guardie di custodia. Quello stesso 9 maggio 1974, nelle carceri di Alessandria, si verifica un tentativo di evasione, che, dopo 32 ore, alle 17.10 di venerdì 10 maggio 1974, si conclude con un tragico epilogo: 7 morti (5 ostaggi e 2 detenuti) e 16 feriti. Al carcere di Sulmona l’evasione si conclude senza spargimento di sangue. 

In seguito, verso la fine del secolo scorso viene costruito un nuovo carcere e l’abbazia ridiventa una delle opere monumentali più importanti dell’Italia Centrale, affidata alle cure del Ministero dei Beni culturali. All’interno dell’abbazia c’è la chiesa a croce greca, che presenta due pregevoli opere in legno: l’organo, eseguito dal milanese G. Battista Del Frate nel 1681 e il coro di Leonardo Macchione di Pacentro. Nella chiesa, la Cappella Caldora, con affreschi attribuiti a Johannes de Sulmona. In una nicchia ad arco semicircolare il monumento sepolcrale dei Caldora, scolpito nel 1412 da Gualterius de Alemania. Fu la madre, Rita Cantelmo moglie di Giovanni Antonio Caldora, che fece erigere il monumento al primo figlio Restaino, morto giovane. Il 5 maggio 2018, dopo anni di lavori per la ristrutturazione, la Chiesa di Santo Spirito sarà riaperta al pubblico. 

 

ARTE ROMANICA

Anno 1000 inizio  dell’ARTE ROMANICA  finisce sino all’avvento del Gotico.

Innovazioni tecniche e stilistiche dell’architettura romanica.

L’architettura Romanica riprende i temi dell’arte Romana. Il Romanico si presenta più rigoroso.

L’architettura romana implicava un sistema di forze passive contenute nella muratura; donde il nome di sistema murale. Nei primi esperimenti  romanici, la volta sulle grandi navate fu costruita a botte; la volt a crociera fu usata all’inizio, solo sulle brevi campate delle navate delle navate trasversali. Alla volta a botte dal profilo a tutto sesto si sostituisce alla fine del sec. XII l’arco acuto o ogiva che segnerà una nuova fase nella storia dell’architettura. Nel sec. XII  alcune scuole, tra cui la Borgognona lanciano sopra la grande navata maggiore la volta a crociera che noi definiamo la volta-tipo  del Romanico. La volta a crociera romana era a getto, e l’armatura era fusa nella massa di riempimento ( sistema murale ). L’architettura romanica identifica la volta chiamandola la spina dorsale, la mette in vista, l’accentua nei profili, crea quindi il sistema funzionale dei costoloni portanti e dei pannelli di riempimento. Pilastri e contrafforti sono gli organismi di equilibrio della volta. Il pilastro romanico si presenta nel sec. XII non più come un blocco uniforme, bensì come un fascio di membrature: piliere cruciforme o rettangolare con addossata una colonnetta. Gli elementi della volta si continuano senza interruzione nelle nervature di questo pilastro, sicchè scarica la pressione verticale della volta stessa. Il contrafforte romanico agisce passivamente con l’elaborazione del sistema dinamico: l’arco rampante. 

8 MARZO MARIA DI MARZIO, LA DONNA CHE SFIDÒ LA FUCILAZIONE

SULMONA - Abruzzese, nata a Campo di Giove il 6 dicembre 1906, era una donna di paese, una di quelle donne del passato, che

dovevano lavorare come gli uomini per “mandare avanti la casa”, perché i mariti stavano in guerra. Il marito di Maria, Matteo Di

Marzio, era stato infatti richiamato. Avevano 4 figli, un maschio e tre femmine. Maria doveva lavorare la campagna, pascolare le

pecore, eseguire le incombenze domestiche. Nell'autunno del 1943 incontra i prigionieri fuggiaschi.

  «Venivano dalla montagna e arrivavano alla mia casa, - racconta - perché si trovava fuori dal paese, in cima al colle. Una volta vennero in sette. Dovetti trovare sette vestiti e dar da mangiare a sette bocche affamate. Li feci sistemare nella soffitta, dove c'era una terrazzina da cui potevano affacciarsi. Gli zaini che portavano li abbiamo nascosti sotto terra. Al mattino portavo loro il latte e si facevano la zuppetta. Stettero a casa quaranta giorni. Eravamo, a volte, una ventina a mangiare, perché arrivarono anche altre persone, che però volevano essere servite e riverite. Mi dicevano di mandar via i prigionieri, ma io rispondevo: “questi non li posso proprio cacciare”. Fu così che una di queste persone va a Sulmona e fa la spia. Il podestà, don Ciccio Puglielli, mi fa dire di allontanare i prigionieri. Mio figlio però li accompagna in una capanna, vicino a Fonte Romana e portavamo loro da mangiare. Arrivano i tedeschi e mi chiedono dove sono i prigionieri. Io rispondo che non so niente. Mi danno tre giorni di tempo per consegnarli. Vengono di nuovo e questa volta mi puntano in petto il fucile dicendomi di parlare e di dire dove sono i prigionieri. Mi dicono che bruceranno la casa e che mi ammazzeranno. Mentre mi tengono ancora il fucile puntato sul petto, rispondo: “ammazzatemi pure, ma io non ho visto nessuno”. La gente che stava vicino si era impaurita. Ma io continuavo a dire di non conoscere nessun prigioniero. Alla fine i tedeschi non spararono e mi lasciarono, andandosene via. Noi allora fummo costretti a sfollare e andammo alla “difesa”, una zona poco distante da Campo di Giove, dove restammo per tutta l'invernata. Feci poi un augurio a quei prigionieri: che tornassero a casa sani e salvi. Finita la guerra mi hanno dato un premio di quattromila lire. Non so se fosse quella la somma che mi spettava. D'altra parte io non so molte cose. I' sacce fa' sole la firme pe' jì 'ngalere (io so fare solo la firma per andare in galera)».

 

 

 

  Maria Di Marzio ha ricevuto un attestato di benemerenza "perché fiera figlia della generosa terra d'Abruzzo durante l'occupazione nazista 1943-

1944 con rischio della incolumità personale aiutò, incoraggiò e difese dal tedesco invasore sette ufficiali alleati evasi dal campo di

concentramento di Fonte D'Amore". Le è stata inoltre conferita la Médaille de la Reconnaissance Française, perché gran parte dei prigionieri

salvati erano di nazionalità francese. Alcuni prigionieri sono tornati a rivederla.

  di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta

(Terra di Libertà, a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta)

L’ARCHITETTURA PREROMANICA

L’ARCHITETTURA PREROMANICA

L’architettura fu opera di maestranze locali che perpetuavano il “ mestiere “ romano. Al comando di Rodbertus, attivo in Tuscania presso Viterbo nel 739 spetta la Chiesa di San Pietro, in gran parte

ricostruita nella successiva età romanica nella facciata e nel corpo anteriore. L’interno con le tozze colonne valicate da archi a doppia ghiera, con la rudimentale proporzione delle pareti e la corposità di

ogni forma, indica l’avvento di una nuova visione artistica. Il secolo IX presenta organizzata ormai la cripta, di cui una rudimentale espressione aveva offerto, nel sec. VIII,

l’insigne basilica inclusa nel monastero di San Salvatore di Brescia. La cripta del sec. IX assume il definitivo carattere di santuario in quanto accoglie, nella cella posta sotto

l’altare  i sarcofagi con le reliquie dei martiri consacranti la chiesa, e un ampio peribolo o corridoio, permette l’accesso dei fedeli alle stesse reliquie. Nel sec. X le cripte ad

anello si ampliano; una o due nicchie contenenti altari per l’officio della messa si aprono nella cella; l’anello perimetrale si dilata in ampio vestibolo onde accoglie maggior

numero di fedeli. Considerando ora gli edifici, distinguiamo due zone dell’architettura italiana: l’Italia centrale e meridionale e l’Italia settentrionale. Nell’Itali centro-

meridionale e particolarmente in Roma sopravvive la cultura classica, e gli edifici basilicali ancora nel sec. ( Sant’Agnese e San Giorgio in Velabro ) ma soprattutto nel

fiorente sec. X, ripetono i modelli paleocristiani. Di questo tradizionalismo sono massimi esempi San Prassede, con il ritmo classicheggiante delle navate. Nell’Italia

settentrionale abbiamo già notato il fervore di ricerche che porta all’elaborazione della cripta. Le costruzioni a pianta centrale, di cui il più suggestivo esempio offre la

Cappella della Pietà presso San Satiro in Milano, capolavoro carolingio. Nell’interno vi è un mirabile gioco di quattro grandi nicchie ( tre destinate ad altari ) di altre  otto

nicchie laterali che fungono da contrafforti, di quattro colonne isolate che determinano, nell’ottagono, un nucleo centrale a pianta quadrata. Altre colonne decorano le pareti,

e tutte si coronano di mirabili capitelli che mostrano originalissime interpretazioni dello stile corinzio. Purtroppo la copertura centrale è distrutta, solo nelle braccia e nei vani

angolari si possono ammirare le ingegnose successioni di volte a botte, semicalotte, e sezioni di volta a padiglione.

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