aggiornato il 23 Feb 2018 alle 6:22 PM
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A tavola: FAGOTTINI di MANZO

FAGOTTINI di MANZO

 Ingredienti: per 6

Tempo: circa 20’

 12 fettine di carpaccio – grana grattugiato – tartufo nero – erba cipollina

 Distribuite un cucchiaio di grana su ogni fettina di carpaccio e schiacciatelo per farlo aderire.

 Aggiungete una rondella sottile di tartufo ( o una puntina di pasta di tartufo ) , rimboccate i due lembi opposti delle fette,

arrotolatele, legatele con un filo di erba cipollina e unitele al brodo, 2 a testa. Servite subito.

A Tavola DADOLATA di POLLO

DADOLATA di POLLO

Ingredienti: per 6

Tempo: circa 35’

 Verdure mondate ( sedano, carota e zucchina ) g 40 per tipo – petto di pollo pulito g 100 – panna fresca g 100 – un albume – burro – sale – pepe

Passate al mixer la polpa del pollo con la panna, l’albume, sale e pepe.

Imburrate una teglietta, foderatela con carta da forno, imburrate anch’essa e stendetevi il composto a cm 1 circa.

Infornate a 130°C per 25’, poi sfornate e tagliate a cubetti.

 Tagliate tutte le verdure a minuscoli dadini, unitele al brodo con la dadolata e servite subito.

COTECHINO CON CARDI ALL’ACCIUGA

COTECHINO CON CARDI ALL’ACCIUGA

Ingredienti : per 4

Cotechino precotto g 500

Cardo gobbo pulito g 500

Olio extravergine g 40

2 filetti di acciuga sott’olio

Un limone – pepe

Scaldare il cotechino in acqua bollente per 30’.

 Eliminate le nervature del cardo e tagliatelo a listerelle. Cuocetelo per 5’ in acqua acidulata con il succo del limone e non salata. Tirate finemente metà della scorza del limone. Scaldate l’olio senza farlo friggere, stemperatevi le acciughe, levate dal fuoco e unite la scorza di limone e una generosa manciata di pepe. Scolate il cardo, conditelo con olio all’acciuga e servitelo con il cotechino affettato.

L’ARTE DELL’ALTO MEDIOEVO. Il contributo dei barbari all’arte preromanica.

L’ARTE DELL’ALTO MEDIOEVO.Il contributo dei barbari all’arte preromanica.

 Il 476 d.c. anno della caduta dell’Impero Romano d’Occidente – quale data di inizio del Medioevo. Dalle manifestazioni dell’arte figurativa, in così scarsa misura sopravvissute nei secoli preromanici, dobbiamo

distinguere tre fasi stilistiche: la longobarda, la carolingia, la ottoniana. Veramente barbarica è la prima fase longobarda che occupa il sec. VII e influenza in parte l’VIII. Sua massima espressione figurativa in

Italia è l’oreficeria. Giungendo infatti in Europa dalle lontane sedi asiatiche, i barbari importarono preziosissimi cimeli di oreficeria ellenistica.

L’esempio più famoso è la Corona Ferrea, in origine monile da collo decorato con pittoreschi motivi persiani di rose in smalto azzurro e bruno (

attribuite al sec. IV ), e più tardi trasformato in corona votiva con l’inserzione di smalti bianchi e azzurri su fondo verde e di pesanti gemme di

gusto barbarico. Nettamente ellenistica è anche la famosa Legatura d’Evangelario, ritmicamente scompartita da motivi a sigma in campi adorni di

cammei. Oreficeria di sicura produzione barbarica sono invece le fibule zoomorfiche, cioè figuranti animali stilizzati, e tutte riempite di granuli

d’oro. E’ l’ornamentazione che da millenni si perpetua come stigmata di primordialità; essa  riempie ogni spazio e giustifica la definizione “

dell’horror vacui “ barbarico. Ma forse nessuna oreficeria dà l’idea della ricerca barbarica di luce e di colore quando il reliquario del Dente, trionfo di

quella tecnica a traforo o “ filigrana “ che fu la massima espressione dell’ellenismo nell’oreficeria. Se nella figurazione a rilievo l’arte barbarica

fallisce, nella decorazione essa crea un suo linguaggio esemplato specialmente dai marmi del successivo sec. VIII, di cui si vanta Cividale. Gli

elementi di questo linguaggio sono la riduzione di ogni forma a puro intreccio di linee, ad arabesco, e la sostituzione alla plastica, del vero e proprio

intaglio della superficie per una ricerca di fantasia e cromatismo che è in perfetta coerenza con l’ispirazione fondamentale dell’oreficeria e della

miniatura. L’altare del duca Ratchis e la transenna del patriarca Sigvaldo sono i documenti più famosi e più espressivi della plastica longobarda in Cividale. La miniatura barbarica si svolse prevalentemente in

Irlanda. Dall’Irlanda si diffondono nel preromanico i motivi irlandesi.

La pittura delle catacombe e i mosaici cristiani di Roma e Ravenna

La pittura delle catacombe e i mosaici cristiani di Roma e Ravenna

 Le prime espressioni della pittura cristiana sono gli affreschi trovati nelle tombe e specialmente nei cimiteri sotterranei detti catacombe. A questi si accedeva da una scala che raggiungeva la profondità di sette od otto metri dal suolo; erano formate da lunghe gallerie ( ambulacri )comunicanti con l’esterno mediante lucernari che rischiaravano l’ambiente. Gli ambulacri si ampliavano a tratti in cubicoli, piccole celle nelle cui pareti erano incavati gli arcosoli, sepolcri sormontati da archi in muratura. A volte il cubicolo si trasformava in vera e propria cripta. A anche a luogo di riunione e di culto durante le persecuzioni, le catacombe decaddero dopo il trionfo della chiesa, e ne furono asportate le reliquie più insigni per consacrare le basiliche. Nei primi secoli, sui fondi chiari risaltavano motivi pagani adattati a simbolo cristiano (Amore e Psiche del cimitero di Domitilla)oppure scene bibliche, ad esempio le varie avventure di  Giona che prefigurano la morte e resurrezione di Cristo, e il famoso Amorino del cimitero di Domitilla. A partire dal sec. III si nota, nella pittura delle catacombe il processo di fissazione delle forme. Notissimo esempio del maturare di uno stile cristiano è l’Orante del cimitero di Callisto, giocata sui bianchi diafani e sui corposi gialli, quasi luce che si cristallizza in forma classica. Le basiliche e le solenni costruzioni centrali che eresse il Cristianesimo trionfante offersero alla pittura un nuovo esempio; ed essa seppe adeguarsi al compito trionfale elaborando genialmente il classico mosaico. Il primo mosaico cristiano che incontriamo, nella volta del deambulatorio anulare del mausoleo di Santa Costanza del sec. IV, conservava il carattere (compendiario). Il gusto decorativo (di origine egizia) è tanto raffinato che si gode lo splendore del verde lumeggiato d’oro sul candido fondo musivo. Nel georgico regno dell’Ellenismo  ci riconducono invece, i mosaici delle navate di Santa Maria Maggiore. Se teniamo presente la stretta affinità di questi mosaici con la miniatura paleocristiana, il problema della precisa data appare non sostanziale, giacchè proprio nella miniatura l’ellenismo ha vivaci affermazioni, come provano le mirabili pagine della Genesi di Vienna. Certo è che nelle idilliche scene figuranti i Fatti di Abramo, Giacobbe, Mosè, Giosuè, gusto illustrativo e tecnica del colore sono così palesemente (terrestri), che il Talbot-Rice ha potuto definire i mosaici della basilica paleocristiana il tentativo di conservare lo stile pompeiano. La decorazione dell’arco trionfale nella stessa basilica arricchita da figure simboliche, è avvolta in un’atmosfera sacra; il fondo naturalistico del cielo in prospettiva in gran parte scompare per far posto al simbolico fondo d’oro; coerentemente le forme affiorano sul piano, il colore, diluito nei mosaici delle navate mercè  le vibrazioni luministiche, si rapprende nell’arco trionfale entro i rigorosi contorni lineari e crea smaltate superfici. In Roma, divenuta provincia, troviamo nel sec.VI, il mosaico della basilica di Sant’Agnese bizantinamente stilizzato e il mosaico absidale della chiesa dei  Santi Cosma e Damiano che è stato giudicato opera artificiosa di decadenza. Che in Roma operassero fermenti d’arte di Maria col Bambino scoperta, sotto una ridipintura bizantina, in Santa Maria Nova de Urbe. Nei cicli musivi di Ravenna dobbiamo distinguere la fase “protobizantina” del sec. V, da quella del sec. VI. Dalla prima fase sono documento altissimo i mosaici che creano, nell’interno del mausoleo di Galla Placidia, una musica dolce e profonda di colore, senza possibilità di paragone nell’arte d’ogni tempo e di ogni scuola. Volte e pareti sono tappezzate di un vellutato mosaico azzurro-indaco su cui splendono auree stelle e la Croce tra i simboli degli evangelisti. Lo sguardo si sperde estatico in questo azzurro, come nella profondità abissale del mare. Candide immagini di santi lungo le pareti, la mistica allegoria dei cervi che bevono alla fonte e la rievocazione luminosa del martirio di San Lorenzo nelle lunette delle pareti, infine, nella lunetta della porta, la famosa scena del  Cristo Buon Pastore nel fiorito giardino paradisiaco: ogni figurazione chiara ed eterea sul quale fondo cupemente magico appare come “visione” piuttosto che come “figurazione”. Nel  battistero degli Ortodossi alla romana varietà di tinte si sostituisce la ricerca di pochi e modulati toni, fonte prima della musicale magia degli effetti. I mosaici della cupola del battistero sono ripartiti in tre zone concentriche in cui si alternano toni chiari di oro ambrato e toni scuri di verde-azzurro: al vertice è figurato il Battistero di Gesù, cui assiste il fiume Giordano personificato, ultima eco ellenistica. Ma è nell’età di Giustiniano che Ravenna si arricchisce di capolavori bizantini. Ricordiamo il solenne complesso musivo che le navate di Santa Apollinare Nuovo, in tre zone sovrapposte. Al tempo di Teodorico risalgono le 26  piccole scene evangeliche dell’ultimo ordine, in corrispondenza alle finestre che sono intramezzate da una decorazione architettonica. Questa gioca come coronamento delle nicchie dell’ordine inferiore le quali sono disposte per ambientare 32 solenni figure di santi tra le finestre. L’oro di fondo bizantino, ma il gusto narrativo nelle scene evangeliche e la plasticità delle immagini dei santi fanno supporre che Teodorico abbia chiamato da Roma maestri di tradizione paleocristiana. Tanto più emerge, nel contrasto, la terza zona in cui il vescovo Agnello fece eseguire le famose “teorie” di vergini e martiri. Esse sono comprese tra le figurazioni di Maria e Cristo circondati dagli angeli, il palazzo di Teodorico. Le “teorie” sono invece da ascriversi ad artista costantinopolitano, di stile “aulico”. L’essenza liturgica bizantina di manifesta compiutamente nella uniformità  dei costumi (splendidi quelle delle vergini), nella ritmica sequenza di gesti ed espressioni onde riesce annullata l’individualità, la forma stessa si scioglie in ritmo. Nel presbiterio, alla più antica ellenistica maniera ravennate si uniforma  la complessa decorazione con scene bibliche ed epiche figure di evangelisti. Nell’abside, operano maestri venuti da Costantinopoli per i due grandi riquadri figuranti l’offerta rituale per il sacrificio della Messa, di cui sono protagonisti di cui sono Giustiniano e Teodora circondati dal clero e dai cortigiani. Poi troviamo il mosaico dell’abside di Santa Apollinare in Classe nelle sue forme lineari e nei suoi contrastati colori. Rappresenta, in forma simbolica la Trasfigurazione di Cristo, espressa nella Croce adorata dagli apostoli, più in basso si erge la spettrale figura del vescovo Apollinare con le sue pecorelle, in un sommario giardino simboleggiante il paradiso. Sul vertice, tra i simboli degli Evangelisti, appare i Cristo benedicente, il Pantocratore bizantino.

La scultura Paleocristiana e Ravennate.

La scultura Paleocristiana e Ravennate.

Tra i più antichi è il sarcofago degli Arieti così detto dai simbolici animali del sacrificio che hanno preso il posto dei leoni ornati le consimili arche

romane.

L'arca degli arieti appartiene a tutto un gruppo di sarcofagi detti del Paradiso e sono della metà del secolo III. Altri temi sacri e mistici si

diffondono nella scultura paleocristiana, ricordiamo qui il mirabile sarcofago delle storie di Giona.

Nel sarcofago di Giunio Basso l'orientalismo si fonde alla romanità in modo talmente armonico, da dare origine appunto al capolavoro della scultura cristiana.

Al posto delle tre o quattro arcate dei sarcofagi orientali si aprono nell'urna del prefetto di Roma. L'arcata a timpano orientale è usata nell'ordine

inferiore; nel superiore ,la corniciatura architravata è nettamente romana.

Ne corso del secolo IV si hanno sarcofagi complicatissimi detti ad alberi, che incorniciano la figura del Buon Pastore o dell'Orante che

accentuano la ricerca chiaroscurale valendosi anche della tecnica del trapano. Nelle provincie del Nord il nome dei sarcofagi sono detti a mura di

città perchè  le scene sacre campeggiano su fondali di archi e porte turrite. Gli avori paleocristiani, con le rare statue del Cristo docente e il

Buon Pastore con i preziosi cimeli delle porte lignee delle basiliche che completano l'affascinante visione del mondo paleocristiano.

Due tavole d'avorio unite a cerniera formano il dittico, che all'esterno si adorna di rilievi, all'interno offre una superfice liscia per iscrizioni votive

ecc. Tra i dittici profani ricordiamo quelli consolari, raffiguranti il magistrato con la mappa circensis  nella mano alzata in atto di dare inizio ai

giochi del circo. La serie dei dittici consolari segnano quelli di Anicio  Probo e di Boezio.

Tra i dittici sacri si ricorda le Marie del Sepolcro. Uno dei maggiori avori sacri paleocristiani è la cassettina, ridotta a forma di croce, nota con il nome di Lipsanoteca ( custodia di reliquie ),ricchissima di figure evangelistiche , vi è poi il dittico di Stilicone  e Serena. In Ravenna continuò l'uso del sarcofago; ma questo, collocato nelle basiliche, oltre ad essere scolpito su tutti i lati, rivestì maggiore importanza architettonica: ebbe un coperchio a cofano o a doppio spiovente, fu rialzato su di un piedistallo, incorniciato da colonne. La scultura ravennate mostra delle scene simboliche, tra cui ripetuta la Consegna della Legge a Pietro e Paolo, la Traditio  Legis.

Essa è rappresentata, con vivacità ellenistica, nel sarcofago della chiesa di San Francesco sec. IV, diviso in nicchie profonde, adorne di conchiglie. La stessa scena ritorna nel sarcofago detto di San Rinaldo nel duomo di Ravenna. Nel sarcofago del mausoleo di Galla Placidia la figura umana scompare, Cristo tra gli apostoli è rappresentato come Agnello mistico sul monte della sapienza, con a fianco due pecorelle.

Dal secolo VI la scultura in marmo bizantina si riduce all'intaglio di transenne e adotta nuovamente elementi simbolici: viticci, croci, raffigurazioni di animali mistici, quali la colomba, il pavone e l'agnello.

 Cessato con Giustiniano, l'uso dei dittici consolari, l'intaglio eburneo si prodiga in dittici sacri, in teche, in cassettine profane, e osa creare un capolavoro monumentale qual'è  la Cattedra di Massimiano, prezioso cimelio del Museo di Ravenna.

Osservazioni dell’arte Paleocristiana

Osservazioni dell’arte Paleocristiana

Il luogo dove si mettevano le donne veniva chiamato matroneo.

Il luogo dove si mettevano gli uomini veniva chiamato  presbiterio.

Anticamente al centro delle basiliche si vedeva un tronco parallelepipedo e significava che là era posto il santo. Poi fu trasportato sotto l’altare, infine fu messo in cripta.

I Pulpiti o Amboni  erano quelli che servivano a far leggere un sacerdote in vista della folla.

Il tetto delle chiese era fatto a cavalletti o ad appropriati. I cavalletti erano quelli che reggevano le tegole.

Il tetto è a spiovente.

I Battisteri sono quelli che nel centro di una chiesa hanno una vasca per battezzare.

Croci

Loculi: Campi incavati quadrati o poligonali che ornano i soffitti e sono spesso variamente decorati.

Cubicoli o Cripte: Sotterraneo per uso di sepoltura o per custodia di sacre reliquie sottostante all’altare maggiore.

Tomba ad Arcosolio: Arco incavato a guisa di nicchie ove nelle catacombe si poneva il sarcofago del defunto.

Transetto: Navata trasversale della chiesa a pianta longitudinale, che dà alla chiesa stessa la pianta cruciforme.

Abside o Tribuna: Parte ordinariamente semicircolare ma anche poligonale che limita la chiesa, dietro il coro.

Iconostasi: Elemento verticale di separazione del presbiterio dalle navate, adornato talvolta di statue.

Presbiterio: La parte della chiesa riservata al clero officiante, divisa dalle navate anticamente con transenne poi con balaustre.

Quadriportico: Porticato di forma quadrata che si apre dinanzi alla facciata della antiche basiliche cristiane.

Nartece: Lato del quadriportico delle antiche basiliche cristiane, aderente alla facciata.

Deambulatorio: Galleria che ricorre spesso intorno al coro di ina chiesa, limitata talora in giro da cappelle radiali.

Ambulacro: Corridoio nelle catacombe sulle cui pareti si aprivano i loculi.

Protiro o Propileo: Piccolo pronao a forma di edicoletta, frequente all’ingresso principale delle chiese romaniche.

Pluteo o Transenna: Parapetti in muratura, lastre intagliate che separavano la parte absidale della navata principale.

 

Catino: Conca o volta semisferica.

L’ARTE PALEOCRISTIANA

L’ARTE PALEOCRISTIANA

In antichità gli uomini adoravano il dio Osiris, Antù ecc. Perciò tutti noi come loro adoriamo un Dio; all’arrivo dell’età di 7-8 anni, scopriamo con tanta

cura e

passione, che sopra ognuno di noi abbiamo un uomo supremo. Perciò noi constatiamo che tutto il mondo è stato creato da Dio o come vogliamo

chiamare.

In antico credevano in Marte, dio della guerra, in Venere dea della bellezza ecc. Come noi ora abbiamo rispetto su una persona cara, così i popoli

dell’antichità avevano rispetto, carità, cortesia e pietà. Trascorrendo alcuni mila anni, venne la nascita di Cristo. Moltissimi uomini compresero la sua

parola

e cominciarono a seguirlo. Gli imperatori udendo con le loro voci o di altri, cercarono di impedire a Dio di eliminarlo. Così dopo la nascita di Dio,

incominciarono le prime rivoluzioni della fede. Il primo imperatore romano Costantino ebbe una visione e così credette; e in quel periodo mise l’editto di

Milano nel 313. In questo periodo sorse l’arte Paleocristiana.

Il culto dei cristiani si svolgeva in luoghi occasionali e privati di culto. Il moltiplicarsi dei convertiti aveva suggerito infatti di risolvere il problema del

seppellimento dei cristiani mediante l’escavazione di gallerie sotterranee, lungo le quali si aprivano i loculi. Le gallerie sotterranee dei cimiteri si estendevano

dapprima allo stesso livello in ogni direzione; quando diventavano insufficienti, venivano scavati altri strati sotterranei. Lungo le gallerie si possono incontrare

di tanto in tanto piccole stanze , cubicoli o cripte, sedi di sepolture; talvolta i loculi avevano proporzioni maggiori o una segnalazione costituita da un arco

posto sopra la tomba ( tomba ad arcosolio ). Le più antiche catacombe sono quelle di San Callisto, di Priscilla, Domitilla, San Sebastiano, Pretestato e dei

Santi Pietro e Marcellino. L’inumazione sotterranea venne a cessare dopo che ai cristiani fu concessa  libertà di culto e l’immensa necropoli sotterranea

divenne allora meta di pellegrinaggi e talvolta sede delle nuove basiliche. Tra le diverse ipotesi che sono state avanzate è perché le basiliche cristiane nel loro

aspetto essenziale erano sede di adunanze civili. Si trattava in sostanza di farne un luogo di adunanza religiosa. Lo schema tipico della basilica protocristiana

è a pinta rettangolare, a tre o cinque navate, ripartite  da colonne o da pilastri che reggono archi o architravi. La navata centrale è quasi più ampia ed alta

delle laterali. La copertura esterna è a falde inclinate, il soffitto è coperto con travi. A circa tre quarti del corpo longitudinale si inseriva una navata trasversale

chiamata transetto; il transetto protendendosi all’esterno, determinava la planimetria cruciforme della chiesa detta appunto a croce latina. La nave centrale

terminava con un’ampia flessione muraria ( abside ) conclusa in alzato dal catino absidale simile a una semicupola. L’abside conteneva l’altare e intorno ad

esso, un ampio spazio, recinto da un alto parapetto spesso ornato da statue ( iconostasi ) era riservato al clero onde il nome di presbiterio, coloro che erano

investiti di autorità pastorale. All’esterno della basilica, un grande atrio porticato ( quadriportico ) che ricordava quello delle abitazioni romane, era destinato

ai catecumeni e il cantharus ; in assenza del quadriportico, vi era un semplice portico antistante alla chiesa ( nartece ) era riservato ai penitenti.

La basilica di San Pietro fondata da Costantino nel 324, ma compiuta 25 anni dopo, fu arricchita dalla pietà dei fedeli, si da essere simile ad un vascello di

gemme. Minacciata da un sfacelo irreparabile, fu demolita nel Rinascimento per ordine di Giulio II e ricostruita dal genio Michelangelo. Al tempo di Costantino

risale la basilica di San Giovanni in Laterano restaurata in età barocca, e anche la basilica di San Paolo fuori le Mura, ricostruita nel secolo scorso dopo essere

stata distrutta da un incendio e la chiesa di Santa Pudenziana appartiene allo stesso periodo. Al pontificato di Sisto III ( 432 – 440 ) risalirebbe l’importante

basilica di Santa Maria Maggiore. A partire dal secolo V la basilica di Santa Sabina, la maggior profondità delle navate e la diffusa luminosità esaltano l’agile

profilo delle colonne rudentate. Delle scarse basiliche paleocristiane fuori Roma ricordiamo San Salvatore. Della primitiva basilica risalente all’inizio del V sec.

Rimane il presbiterio che ha la forma di un vano quadrato ai cui angoli sorgono coppie di colonne unite da trabeazione, mentre altre colonne con sontuosi

capitelli corinzi, chiudono ai lati il presbiterio. Il mausoleo di Santa Costanza è un’imponente costruzione in esterno con colonne e un atrio antistante.

All’interno lo spazio viene sottolineato nella sua circolarità da due anelli concentrici di colonne che dividono una parte centrale molto luminosa e da un

deambulatorio periferico in ombra. Colonne binate e legate da un tratto di architrave reggono delle arcate che limitano l’ambulacro e funzionano da sostegno

al tamburo di base della cupola. Il deambulatorio coperto da una volta a botte rinfiancava la spinta della cupola. Lo schema del Mausoleo Di Santa Costanza si

ripete più volte con variazioni.

L’incantesimo del barocco tra colori e odori della Sicilia orientale

  Quando finisce di sorvolare il Tirreno e di lato scorrono i Monti

 

Peloritani l’aereo inizia la sua discesa verso Catania. Qualche

 

minuto e già la sagoma dell’Etna si staglia possente. Un piumino

 

bianco sulla cima, una nuvola. O forse fumo del vulcano. Gli si

 

deve rispetto, al vulcano, è patrimonio dell’umanità, anche se le

 

eruzioni danno qualche grattacapo. Ma è davvero uno spettacolo

 

l’Etna visto dall’alto, nero di lava sulla vetta ma rigoglioso di

 

verde più giù, in questi giorni d’inizio estate. La terra lavica che

 

lo contorna dona vini sapidi, rossi e bianchi, dai sapori speziati.

 

Splendida città, Catania, l’Etna le fa da gendarme. Meriterebbe

 

una visita, la faremo in altra occasione. Siamo diretti al sud est della Sicilia, questa volta.

 In aeroporto ci attendono i nostri amici di Modica. Giusto il

 

tempo d’un pasto veloce, in un ristorantino di periferia, e già la

 

Sicilia ci accoglie con un tripudio di sapori: pasta alle sarde, con

 

profumo di finocchio, innaffiata da un ottimo bianco dell’Etna,

 

trancio di pesce spada alla griglia, infine spicchio di cassata

 

siciliana e un buon caffè. Si prende l’autostrada, per Siracusa.

 

Il sole incandescente indora campi d’agrumi e colture d’ortaggi di

 

questa terra generosa e feconda. Oleandri fioriti, vivaci i colori,

 

fanno da quinta al nastro d’asfalto, fin quando a sinistra il profilo

 

  degli impianti chimici ci rivela Augusta. La città è sulla punta nord della baia, con

il suo porto, mentre al centro del golfo splendono i resti dell’antica e prospera

Megara Iblea. Fondata nell’VIII secolo a.C. da coloni greci dell’Attica, ne restano le

vestigia delle mura, dell’agorà, del tempio di Afrodite e delle terme. Un

antiquarium espone reperti e corredi funerari della necropoli. Sulla punta

meridionale del golfo sono invece i resti di Thapsos, risalente all’età del bronzo. 

Appena un quarto d’ora di strada e all’orizzonte spicca alta una cuspide, quasi una

piramide. E’ il santuario della Madonna delle Lacrime, imponente tempio circolare

d’ardita architettura, all’ingresso di Siracusa. Una visita breve, perché il nostro

 interesse è per la città vecchia, nell’isola di Ortigia. Ha una storia millenaria, Siracusa. La

sua fondazione risale al 734 a.C. ad opera dei greci di Corinto. Tra le più grandi città della

classicità, per potenza e ricchezza, fu in competizione con Atene, che tentò invano

d’assoggettarla, e principale rivale di Cartagine, città dei Fenici. Solo Roma, nel 212 a.C.,

riuscì a conquistarla, non senza difficoltà. Patria di artisti, filosofi e scienziati, Siracusa diede

i natali ad Archimede. La visitarono personalità illustri. Platone vi soggiornò tre volte, ma anche Eschilo, Pindaro e Senofonte. Poi Cicerone, che la lodò come la più bella città greca. Nei secoli successivi fu luogo d’incrocio di popoli e dominazioni: bizantini, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi. Un crogiolo di culture che hanno fatto della Sicilia una straordinaria sintesi di civiltà. 

All’ingresso di Ortigia ci fermiamo ad ammirare l’antico tempio dorico dedicato ad Apollo.

Frotte di turisti animano il dedalo delle strette vie che penetrano nell’isoletta, regalando

quella suggestione che solo città con una lunga storia sanno procurare. Seguiamo la fiumana

 

di varia umanità, mentre procede curiosando tra vetrine di souvenir. Finalmente, a destra, un’ampia strada lastricata annuncia il cuore della

città, aprendosi in una lunga piazza rettangolare. Vi prospettano la magnificente Cattedrale, costruita sui resti del tempio dorico ad Atena, il

Palazzo municipale, l’Episcopio, la Chiesa di Santa Lucia alla Badia, ed altri palazzi di elevata dignità architettonica. Il duomo coniuga un

insieme di stili: all’esterno dal barocco al rococò, all’interno dai resti greci alle parti medioevali realizzate dai Normanni. Ma è nella chiesa di

Santa Lucia – la santa qui nata e patrona della città – dove andiamo dritti ad ammirare il Seppellimento di Santa Lucia, grande tela del

Caravaggio, uno dei capolavori del maestro della luce. Tante altre meraviglie la splendida città offre ai visitatori, ma il nostro tempo è tiranno.

Si riprende il viaggio e presto incontriamo Avola. La si vede sulla sinistra, verso il mare. Rinomata per le sue mandorle e particolarmente per il

“Nero d’Avola”, vino rosso corposo con sentori di ciliegia e prugna, il cui territorio d’elezione sta nella fascia di territorio costiero tra Avola e

Pachino. Scorriamo ora veloci, verso Noto. 

 

 Non possiamo fare a meno d’una sosta nella città definita capitale del barocco siciliano. Noto fu riedificata interamente dopo il distruttivo terremoto del 1693, ma su un nuovo sito. Entriamo dalla Porta Reale su corso Vittorio Emanuele. La chiesa di Santa Chiara, i magnifici palazzi, monumentali scalinate, il Palazzo Ducezio, la Cattedrale, le chiese di San Carlo e San Domenico, mostrano la loro bellezza, mentre il sole calante risalta le preziose architetture. La città, patrimonio dell’umanità, è un’autentica bomboniera. La via centrale che percorriamo è conquistata da visitatori incantati. La bellezza, sull’uno e l’altro lato del Corso, inebria. Stupenda la Cattedrale, con la facciata indorata dal sole, completata di recente nei lavori di restauro dopo il crollo della cupola nel 1996. In stile tardo barocco e in pietra calcarea tenera, ha un’impronta neoclassicista. Coronata dalle statue degli Evangelisti, opera dello scultore Giuseppe Orlando nel 1796, mostra nel primo ordine tre maestosi portali delimitati da colonne corinzie. L’ingresso centrale ha la porta in bronzo dello scultore Giuseppe Pirrone raffigurante alcune scene della vita di San Corrado Confalonieri, Patrono della città, le cui spoglie sono conservate all’interno in un’urna finemente lavorata a cesello. Il tempio s’erge sulla sommità d’una maestosa scalinata a tre rampe, d’origine settecentesca. L’interno è a croce latina su tre navate, con affreschi risalenti a metà del secolo scorso, realizzati dagli artisti Nicola Arduino e Armando Baldinelli. Nelle cappelle laterali diverse opere, tra le quali si segnalano un’Adorazione dei pastori di Giovanni Bonomo (1783), la tela Spasimo di Sicilia di Raffaele Politi (1809) ed alcune interessanti sculture. Ci resta solo il tempo per una granita rinfrescante e un cannolo, prorompente e immancabile dolcezza da gustare. 

 Ora, riprendendo il viaggio, procura una piacevole trepidazione l’andare verso Modica, specie quando a Rosolini l’autostrada d’improvviso finisce, confluendo in un’arteria di rango minore. Il che non disturba, anzi consente d’osservare meglio il paesaggio di questa parte di Sicilia, mentre attraversiamo l’ampio tavolato roccioso dei monti Iblei. I campi ostentano varietà di colture. Vigneti, frutteti, ulivi e fronzuti alberi di carrubo punteggiano una terra che alterna il verde degli erbaggi all’oro del frumento pronto per la mietitura. La sequela di campi recinti mostra ordinate muraglie a secco, pietre per secoli raccolte dalla terra e composte con cura da generazioni di contadini, come ci racconta il colore del tempo che recano. E’ davvero un belvedere, questi muretti di pietre a secco, fitta maglia di confini a piccole proprietà, geometrica armonia di poderi coltivati, dove si vedono al pascolo mucche, pecore e capre. L’aria è pulita, il cielo terso è d’un azzurro intenso. 

Nei pressi di Ispica la roccia di calcare nel corso dei millenni è stata scavata in profondità dai corsi d’acqua. La vegetazione ardita ne esalta l’aspetto selvaggio. Le chiamano “cave” queste profonde scanalature nella roccia. Sulle pareti a strapiombo spesso affacciano grotte. In queste caverne comparvero le popolazioni preistoriche, come hanno rivelato le necropoli di Pantalica e Cava d’Ispica, risalenti a 2200 anni prima di Cristo. Vi si sono rinvenuti importanti reperti e affreschi rupestri, mentre nella periferia di Modica si trovò l’Ercole di Cafeo, statuetta bronzea di raffinata fattura, del III secolo a.C., ora esposta nel museo civico. Stiamo intanto arrivando a Modica. Dopo una serpentina di curve già si scopre il profilo della città alta, dominata dalla chiesa di San Giovanni e più sotto dalla maestosa facciata del duomo di San Giorgio. E’ davvero una suggestione la vista della città, arroccata sulle pareti di due canyon, scavati nei millenni da due torrenti che nella città bassa s’univano in un unico corso d’acqua. E’ così Modica, con l’impianto urbano particolare che l’ha fatta definire “la città più singolare dopo Venezia”, per l’intricata rete di scalinate e strette viuzze che arrancano sulle coste, fino alle sommità di quattro colli. 

L’esposizione urbana dà forti emozioni, trapuntata com’è da un centinaio di chiese tardo-barocche, da palazzi gentilizi,

monasteri e conventi di vari ordini religiosi, che nei secoli passati fortemente influirono sulla vita culturale della città. Per

il suo valore architettonico Modica è riconosciuta dall’Unesco patrimonio dell’umanità. La sua fondazione risale al 1360

a.C., una storia plurimillenaria. La città però conobbe il periodo di massimo splendore dal 1296, quando re Federico II

d’Aragona nominò conte di Modica Manfredi Chiaromonte. La Contea di Modica per quasi cinque secoli divenne il più

grande, ricco e potente stato feudale dell’isola. In Sicilia la figura del Conte di Modica coincideva di fatto con quella di

Viceré del Regno. E i Chiaramonte godevano d’un prestigio indiscusso, anche perché il casato discendeva da Carlo

Magno. 

  L’11 gennaio 1693, però, la tragedia. Tutta la Contea venne colpita da un terremoto disastroso che interessò una vasta

parte della Sicilia sud orientale, fino a Catania, distruggendo città e castelli. Centomila i morti. Tuttavia l’opera di

ricostruzione fu rapida e le città risorsero più belle di prima. Fu appunto dopo quel terribile sisma che nella ricostruzione

 operarono i migliori architetti siciliani - Rosario Gagliardi, Paolo Labisi,

Vincenzo Sinatra ed altri. Artisti raffinati e qualificate maestranze

artigiane dettero vita a quella fioritura d’opere d’arte del “barocco

siciliano”, le cui massime espressioni sono oggi dichiarate dall’Unesco

patrimonio mondiale, come appunto sono riconosciute le città di

Modica, Noto, Ragusa, Catania, Scicli, Palazzolo Acreide, Caltagirone e

Militello. Oggi Modica, esempio stupendo dell’arte barocca siciliana, è

una bella città di 55mila abitanti. Vi nacque nel 1901 Salvatore

Quasimodo, premio Nobel per la letteratura. E’ la città del cioccolato.

Apprezzato in tutto il mondo, il cioccolato di Modica ha una

preparazione particolare che ne esalta il gusto. Numerose le case di

produzione. Ma una in particolare si vuole citare: Casa don Puglisi.

Produce cioccolato e dolciumi tipici, ma con i proventi della produzione sostiene l’omonima casa di accoglienza per persone in difficoltà e un centro di solidarietà. 

Il nostro viaggio prosegue verso Scicli, altra perla di quest’angolo di Sicilia, impreziosita da magnifiche chiese e superbi edifici tardo-barocchi, come il Palazzo Beneventano e il Palazzo Civico. Quest’ultimo assai noto, per essere la “Questura” del commissario Montalbano, nei film prodotti dalla Rai e tutti girati da queste parti, tratti dai famosi romanzi di Andrea Camilleri. Magnifici i templi, come la Matrice di San Matteo e le chiese di San Giovanni Evangelista, di Santa Maria la Nova, della Consolazione, di San Bartolomeo. Curiosità in due chiese di Scicli: la statua d’una combattiva Madonna a cavallo che travolge due Saraceni, mai vista così la Madre di Cristo, e una tela - ne è autore don Juan de Parlazin, nel 1696 - con un Gesù Crocifisso coperto dai fianchi fino ai piedi con una singolare “sottana” bianca ricamata. Un soggetto che non ha eguali, tranne un’opera analoga a Burgos, in Spagna. 

Scendiamo infine verso il mare, a Pozzallo, dove il nostro viaggio si conclude. L’aria è pulita, il cielo terso. Il mare riflette i bagliori

del sole, in una giornata luminosa e tiepida. E’ bella la costa, l’arenile ampio e pulito, l’acqua trasparente nella sua calma, quasi

immobile. Siamo qui per una visita alla casa natale di Giorgio La Pira (Pozzallo, 1904 - Firenze, 1977), ora diventata Museo della

Fondazione familiare che porta il nome del grande uomo politico siciliano. Giorgio La Pira, insieme a Giuseppe Dossetti e a Giuseppe

Lazzati personalità insigni del pensiero cattolico-democratico, fu deputato alla Costituente e membro del Gruppo dei 75 che scrisse

il progetto di Costituzione, poi discussa ed approvata a fine dicembre 1947 dall’Assemblea. Dal 1951 fu storico sindaco “santo” di

Firenze, per due mandati. Docente dell’ateneo fiorentino, fervente cattolico e figura profetica nel suo tempo, - di Lui è in corso il

processo di beatificazione, avviato nel 1986 da Giovanni Paolo II -, La Pira aprì sentieri nuovi per la Pace e nel dialogo est-ovest, in

un mondo allora diviso dalla guerra fredda. Il piccolo Museo “Giorgio La Pira” di Pozzallo dà certamente un’idea abbastanza

compiuta della grandezza dell’uomo politico, grande amico di Quasimodo. Semmai richiama l’esigenza di una maggiore e doverosa

attenzione delle istituzioni nazionali, spesso corte di memoria, su una delle personalità politiche più significative e lungimiranti

dell’Italia repubblicana. 

 

NATALE DI SANGUE 1943 La fucilazione del pastore abruzzese Michele Del Greco

 Nella notte tra il 21 e 22 dicembre, a Badia di Sulmona, il parroco Don Vittorio D'Orazio fu svegliato dai soldati tedeschi quando ancora era buio e accompagnato nell’abbazia-carcere, nella cella del condannato Michele Del Greco. Rimasti soli, prete e detenuto si abbracciarono. Poco prima era stato detto al Del Greco che la domanda di grazia non era stata accolta. Don Vittorio D'Orazio ha ricordato quel momento con lucidità e commozione: non era facilmente distinguibile il colore del volto del condannato dal bianco del lenzuolo. Del Greco gli disse: «Sa perché mi ritrovo in questa situazione? Perché ho fatto quello che voi mi avete insegnato: dar da mangiare agli affamati». Fu fucilato subito dopo, nel cortile interno del carcere. Tra le sei e le sette del mattino. Era stato arrestato il 22 novembre. Processato e condannato a morte il 27 novembre. 

Ad Anversa degli Abruzzi, suo paese natale, era stato affisso questo manifesto: 

«Comune di Anversa degli Abruzzi.  Il tribunale militare tedesco ha condannato alla pena di morte Michele Del Greco, pastore di 47 anni, per aver dato asilo a circa 56 prigionieri inglesi, russi, francesi ed americani fuggiti dai campi di concentramento. 27 novembre 1943».

Successivamente, in data 20 luglio 1947, la Legione Territoriale dei Carabinieri, Compagnia di Sulmona, invia la seguente comunicazione alla Questura di L'Aquila: 

«Il 22 novembre 1943, fu catturato dai tedeschi, per avere dato vitto ed alloggio a militari alleati evasi dal campo p. g. di Sulmona, Del Greco Michele fu Nunzio e fu Di Giusto Raffaela, nato ad Anversa il 9.6.1896, pastore. Processato dal tribunale militare tedesco in Sulmona, fu condannato a morte. La sentenza fu eseguita il 22.12.1943 in località 'Abazia' di Sulmona». 

Prima di morire Michele Del Greco scrive questa lettera sincera e commovente, rimasta per tanti anni gelosamente conservata dalla figlia Antonietta, nata il 4.6.1930. La lettera è scritta con una matita copiativa sulle due facciate di un foglio staccato da un quaderno a quadretti. La riportiamo integralmente, ponendo tra parentesi la dizione corretta e qualche delucidazione. Data la quasi assenza di punteggiatura, i periodi sono stati separati da piccole barre. 

«Mia compagna cara col mio Rasegno di (con la mia rassegnazione in) Dio. Carminucia (Carminuccia) aveva (avevamo) una bella famiglia di portarla (da portare avanti) col nome di Dio / il mio distino (destino) sono stato contannato (condannato) a morte / io vi benedico e mi dovete perdonare per qualche ribrovere (rimprovero). Portate la palma (Fatevi onore) e fate quello che vi dice vostra matre (madre), avete perso il patre (padre) io moro (muoio) perché o (ho) commesso (avuto la colpa) per aiuta (di aver aiutato) la povera gente / la vita mia vi (ve) la devono Pagare che quando è piantato (sarà formato) il governo fate ricorso che moro (muoio) per aiutare (aver aiutato) la gente / Cara Carminuccia  mi perdono (perdonami) se o (ho) fatto delle mancanze, pero (però) sono innocente che la notta (notte) mi e (è) venuta a trovare mia sorella Giuseppina (la sorella morta) e già mi a (ha) dato segno che mi veniva a prendere / e (è) riuscito il sogno che mi a (ha) fatto mia sorella, non fate lagnare Nessuno / quello che anno (hanno) fatto il contratto come le pecore vendetele lassate (lasciate)  un po (po' ) per voi.          

Dite a traficando (Trafficante) per suo figlio di farcelo stare (farlo restare a lavorare) fino sara (finché sarà) più grando (grande) Nunzio (il figlio di 11 anni) e pagatelo bene. parlate col compare della torre (Torre dei  Nolfi) per ammettere (vendere) un po (po')  di pecore ed anche un po (po')  di capre, parlate anche con minco di turco (Domenico Di Turco) / le vaccine mantenetele per uso di famiglia così non guardate a gliartri (agli altri). Non fate il torto a mio Patre (padre) che (perché) è peccato che (perché) io non posso consolarmi che (perché) non posso rivede (rivederlo) lultimavolta (l'ultima volta) / il tristo distino (destino) così avra (avrà) voluto Dio.  Raccomandatemi a tutto (tutti) i Santi a la (alla) madonna della libera (Madonna) che la tenco (tengo) sempre al cuore cara. Carminuccia mi consolo (che) pure ti o (ho) visto l'ultima volta mi portavi (hai portato) tutti 4 i miei figli giusto per dargli un bacio / i (io) comando lo stesso sopra questa carta / bacio mia moglie uniti con i nostri figli, figli cari sto chiuso dentro una stanza senza una goccia daqqua (d'acqua) / figlio Nunzio fate il buono fate quel che ti dice tua matre (madre) che non credevo di lasciarti così subito. Saluto mia sorella Francesca mio cugino Pietro e famiglia, le vostre sorelle e famiglia, volete (vogliate bene) anche la (a) vostra madre / Cesso di scrivere / ti sono stato sempre fedele tuo marito Michele Del Greco.»

(Sotto la firma è disegnato un piccolo segno di croce).

Un'altra figlia di Michele Del Greco, Raffaella, ha ricostruito quei giorni dolorosi, nel libro dal titolo Quei lunghi trenta giorni. In precedenza, esattamente il 20 ottobre 1943, alle ore 8 del mattino, davanti al muro del cimitero di Sulmona, erano state fucilate quattro persone: i due fratelli Giuseppe e Antonio D'Eliseo di Roccacasale, il loro nipote Antonio Taddei e l’amico Giuseppe De Simone di Pratola Peligna. Di questo assassinio, lo storico inglese Roger Absalom scrive: «la prima occasione in cui dei civili italiani vennero passati per le armi con la specifica accusa di aver “aiutato e favorito” dei fuggiaschi.»  (Cfr. “E si divisero il pane che non c’era” a cura di Rosalba Borri, Luisa Fabiilli e Mario Setta; “Terra di Libertà, storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale” a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta).

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