aggiornato il 23 Apr 2018 alle 4:52 PM
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ARTE ROMANICA

Anno 1000 inizio  dell’ARTE ROMANICA  finisce sino all’avvento del Gotico.

Innovazioni tecniche e stilistiche dell’architettura romanica.

L’architettura Romanica riprende i temi dell’arte Romana. Il Romanico si presenta più rigoroso.

L’architettura romana implicava un sistema di forze passive contenute nella muratura; donde il nome di sistema murale. Nei primi esperimenti  romanici, la volta sulle grandi navate fu costruita a botte; la volt a crociera fu usata all’inizio, solo sulle brevi campate delle navate delle navate trasversali. Alla volta a botte dal profilo a tutto sesto si sostituisce alla fine del sec. XII l’arco acuto o ogiva che segnerà una nuova fase nella storia dell’architettura. Nel sec. XII  alcune scuole, tra cui la Borgognona lanciano sopra la grande navata maggiore la volta a crociera che noi definiamo la volta-tipo  del Romanico. La volta a crociera romana era a getto, e l’armatura era fusa nella massa di riempimento ( sistema murale ). L’architettura romanica identifica la volta chiamandola la spina dorsale, la mette in vista, l’accentua nei profili, crea quindi il sistema funzionale dei costoloni portanti e dei pannelli di riempimento. Pilastri e contrafforti sono gli organismi di equilibrio della volta. Il pilastro romanico si presenta nel sec. XII non più come un blocco uniforme, bensì come un fascio di membrature: piliere cruciforme o rettangolare con addossata una colonnetta. Gli elementi della volta si continuano senza interruzione nelle nervature di questo pilastro, sicchè scarica la pressione verticale della volta stessa. Il contrafforte romanico agisce passivamente con l’elaborazione del sistema dinamico: l’arco rampante. 

8 MARZO MARIA DI MARZIO, LA DONNA CHE SFIDÒ LA FUCILAZIONE

SULMONA - Abruzzese, nata a Campo di Giove il 6 dicembre 1906, era una donna di paese, una di quelle donne del passato, che

dovevano lavorare come gli uomini per “mandare avanti la casa”, perché i mariti stavano in guerra. Il marito di Maria, Matteo Di

Marzio, era stato infatti richiamato. Avevano 4 figli, un maschio e tre femmine. Maria doveva lavorare la campagna, pascolare le

pecore, eseguire le incombenze domestiche. Nell'autunno del 1943 incontra i prigionieri fuggiaschi.

  «Venivano dalla montagna e arrivavano alla mia casa, - racconta - perché si trovava fuori dal paese, in cima al colle. Una volta vennero in sette. Dovetti trovare sette vestiti e dar da mangiare a sette bocche affamate. Li feci sistemare nella soffitta, dove c'era una terrazzina da cui potevano affacciarsi. Gli zaini che portavano li abbiamo nascosti sotto terra. Al mattino portavo loro il latte e si facevano la zuppetta. Stettero a casa quaranta giorni. Eravamo, a volte, una ventina a mangiare, perché arrivarono anche altre persone, che però volevano essere servite e riverite. Mi dicevano di mandar via i prigionieri, ma io rispondevo: “questi non li posso proprio cacciare”. Fu così che una di queste persone va a Sulmona e fa la spia. Il podestà, don Ciccio Puglielli, mi fa dire di allontanare i prigionieri. Mio figlio però li accompagna in una capanna, vicino a Fonte Romana e portavamo loro da mangiare. Arrivano i tedeschi e mi chiedono dove sono i prigionieri. Io rispondo che non so niente. Mi danno tre giorni di tempo per consegnarli. Vengono di nuovo e questa volta mi puntano in petto il fucile dicendomi di parlare e di dire dove sono i prigionieri. Mi dicono che bruceranno la casa e che mi ammazzeranno. Mentre mi tengono ancora il fucile puntato sul petto, rispondo: “ammazzatemi pure, ma io non ho visto nessuno”. La gente che stava vicino si era impaurita. Ma io continuavo a dire di non conoscere nessun prigioniero. Alla fine i tedeschi non spararono e mi lasciarono, andandosene via. Noi allora fummo costretti a sfollare e andammo alla “difesa”, una zona poco distante da Campo di Giove, dove restammo per tutta l'invernata. Feci poi un augurio a quei prigionieri: che tornassero a casa sani e salvi. Finita la guerra mi hanno dato un premio di quattromila lire. Non so se fosse quella la somma che mi spettava. D'altra parte io non so molte cose. I' sacce fa' sole la firme pe' jì 'ngalere (io so fare solo la firma per andare in galera)».

 

 

 

  Maria Di Marzio ha ricevuto un attestato di benemerenza "perché fiera figlia della generosa terra d'Abruzzo durante l'occupazione nazista 1943-

1944 con rischio della incolumità personale aiutò, incoraggiò e difese dal tedesco invasore sette ufficiali alleati evasi dal campo di

concentramento di Fonte D'Amore". Le è stata inoltre conferita la Médaille de la Reconnaissance Française, perché gran parte dei prigionieri

salvati erano di nazionalità francese. Alcuni prigionieri sono tornati a rivederla.

  di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta

(Terra di Libertà, a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta)

L’ARCHITETTURA PREROMANICA

L’ARCHITETTURA PREROMANICA

L’architettura fu opera di maestranze locali che perpetuavano il “ mestiere “ romano. Al comando di Rodbertus, attivo in Tuscania presso Viterbo nel 739 spetta la Chiesa di San Pietro, in gran parte

ricostruita nella successiva età romanica nella facciata e nel corpo anteriore. L’interno con le tozze colonne valicate da archi a doppia ghiera, con la rudimentale proporzione delle pareti e la corposità di

ogni forma, indica l’avvento di una nuova visione artistica. Il secolo IX presenta organizzata ormai la cripta, di cui una rudimentale espressione aveva offerto, nel sec. VIII,

l’insigne basilica inclusa nel monastero di San Salvatore di Brescia. La cripta del sec. IX assume il definitivo carattere di santuario in quanto accoglie, nella cella posta sotto

l’altare  i sarcofagi con le reliquie dei martiri consacranti la chiesa, e un ampio peribolo o corridoio, permette l’accesso dei fedeli alle stesse reliquie. Nel sec. X le cripte ad

anello si ampliano; una o due nicchie contenenti altari per l’officio della messa si aprono nella cella; l’anello perimetrale si dilata in ampio vestibolo onde accoglie maggior

numero di fedeli. Considerando ora gli edifici, distinguiamo due zone dell’architettura italiana: l’Italia centrale e meridionale e l’Italia settentrionale. Nell’Itali centro-

meridionale e particolarmente in Roma sopravvive la cultura classica, e gli edifici basilicali ancora nel sec. ( Sant’Agnese e San Giorgio in Velabro ) ma soprattutto nel

fiorente sec. X, ripetono i modelli paleocristiani. Di questo tradizionalismo sono massimi esempi San Prassede, con il ritmo classicheggiante delle navate. Nell’Italia

settentrionale abbiamo già notato il fervore di ricerche che porta all’elaborazione della cripta. Le costruzioni a pianta centrale, di cui il più suggestivo esempio offre la

Cappella della Pietà presso San Satiro in Milano, capolavoro carolingio. Nell’interno vi è un mirabile gioco di quattro grandi nicchie ( tre destinate ad altari ) di altre  otto

nicchie laterali che fungono da contrafforti, di quattro colonne isolate che determinano, nell’ottagono, un nucleo centrale a pianta quadrata. Altre colonne decorano le pareti,

e tutte si coronano di mirabili capitelli che mostrano originalissime interpretazioni dello stile corinzio. Purtroppo la copertura centrale è distrutta, solo nelle braccia e nei vani

angolari si possono ammirare le ingegnose successioni di volte a botte, semicalotte, e sezioni di volta a padiglione.

A tavola: FAGOTTINI di MANZO

FAGOTTINI di MANZO

 Ingredienti: per 6

Tempo: circa 20’

 12 fettine di carpaccio – grana grattugiato – tartufo nero – erba cipollina

 Distribuite un cucchiaio di grana su ogni fettina di carpaccio e schiacciatelo per farlo aderire.

 Aggiungete una rondella sottile di tartufo ( o una puntina di pasta di tartufo ) , rimboccate i due lembi opposti delle fette,

arrotolatele, legatele con un filo di erba cipollina e unitele al brodo, 2 a testa. Servite subito.

A Tavola DADOLATA di POLLO

DADOLATA di POLLO

Ingredienti: per 6

Tempo: circa 35’

 Verdure mondate ( sedano, carota e zucchina ) g 40 per tipo – petto di pollo pulito g 100 – panna fresca g 100 – un albume – burro – sale – pepe

Passate al mixer la polpa del pollo con la panna, l’albume, sale e pepe.

Imburrate una teglietta, foderatela con carta da forno, imburrate anch’essa e stendetevi il composto a cm 1 circa.

Infornate a 130°C per 25’, poi sfornate e tagliate a cubetti.

 Tagliate tutte le verdure a minuscoli dadini, unitele al brodo con la dadolata e servite subito.

COTECHINO CON CARDI ALL’ACCIUGA

COTECHINO CON CARDI ALL’ACCIUGA

Ingredienti : per 4

Cotechino precotto g 500

Cardo gobbo pulito g 500

Olio extravergine g 40

2 filetti di acciuga sott’olio

Un limone – pepe

Scaldare il cotechino in acqua bollente per 30’.

 Eliminate le nervature del cardo e tagliatelo a listerelle. Cuocetelo per 5’ in acqua acidulata con il succo del limone e non salata. Tirate finemente metà della scorza del limone. Scaldate l’olio senza farlo friggere, stemperatevi le acciughe, levate dal fuoco e unite la scorza di limone e una generosa manciata di pepe. Scolate il cardo, conditelo con olio all’acciuga e servitelo con il cotechino affettato.

L’ARTE DELL’ALTO MEDIOEVO. Il contributo dei barbari all’arte preromanica.

L’ARTE DELL’ALTO MEDIOEVO.Il contributo dei barbari all’arte preromanica.

 Il 476 d.c. anno della caduta dell’Impero Romano d’Occidente – quale data di inizio del Medioevo. Dalle manifestazioni dell’arte figurativa, in così scarsa misura sopravvissute nei secoli preromanici, dobbiamo

distinguere tre fasi stilistiche: la longobarda, la carolingia, la ottoniana. Veramente barbarica è la prima fase longobarda che occupa il sec. VII e influenza in parte l’VIII. Sua massima espressione figurativa in

Italia è l’oreficeria. Giungendo infatti in Europa dalle lontane sedi asiatiche, i barbari importarono preziosissimi cimeli di oreficeria ellenistica.

L’esempio più famoso è la Corona Ferrea, in origine monile da collo decorato con pittoreschi motivi persiani di rose in smalto azzurro e bruno (

attribuite al sec. IV ), e più tardi trasformato in corona votiva con l’inserzione di smalti bianchi e azzurri su fondo verde e di pesanti gemme di

gusto barbarico. Nettamente ellenistica è anche la famosa Legatura d’Evangelario, ritmicamente scompartita da motivi a sigma in campi adorni di

cammei. Oreficeria di sicura produzione barbarica sono invece le fibule zoomorfiche, cioè figuranti animali stilizzati, e tutte riempite di granuli

d’oro. E’ l’ornamentazione che da millenni si perpetua come stigmata di primordialità; essa  riempie ogni spazio e giustifica la definizione “

dell’horror vacui “ barbarico. Ma forse nessuna oreficeria dà l’idea della ricerca barbarica di luce e di colore quando il reliquario del Dente, trionfo di

quella tecnica a traforo o “ filigrana “ che fu la massima espressione dell’ellenismo nell’oreficeria. Se nella figurazione a rilievo l’arte barbarica

fallisce, nella decorazione essa crea un suo linguaggio esemplato specialmente dai marmi del successivo sec. VIII, di cui si vanta Cividale. Gli

elementi di questo linguaggio sono la riduzione di ogni forma a puro intreccio di linee, ad arabesco, e la sostituzione alla plastica, del vero e proprio

intaglio della superficie per una ricerca di fantasia e cromatismo che è in perfetta coerenza con l’ispirazione fondamentale dell’oreficeria e della

miniatura. L’altare del duca Ratchis e la transenna del patriarca Sigvaldo sono i documenti più famosi e più espressivi della plastica longobarda in Cividale. La miniatura barbarica si svolse prevalentemente in

Irlanda. Dall’Irlanda si diffondono nel preromanico i motivi irlandesi.

La pittura delle catacombe e i mosaici cristiani di Roma e Ravenna

La pittura delle catacombe e i mosaici cristiani di Roma e Ravenna

 Le prime espressioni della pittura cristiana sono gli affreschi trovati nelle tombe e specialmente nei cimiteri sotterranei detti catacombe. A questi si accedeva da una scala che raggiungeva la profondità di sette od otto metri dal suolo; erano formate da lunghe gallerie ( ambulacri )comunicanti con l’esterno mediante lucernari che rischiaravano l’ambiente. Gli ambulacri si ampliavano a tratti in cubicoli, piccole celle nelle cui pareti erano incavati gli arcosoli, sepolcri sormontati da archi in muratura. A volte il cubicolo si trasformava in vera e propria cripta. A anche a luogo di riunione e di culto durante le persecuzioni, le catacombe decaddero dopo il trionfo della chiesa, e ne furono asportate le reliquie più insigni per consacrare le basiliche. Nei primi secoli, sui fondi chiari risaltavano motivi pagani adattati a simbolo cristiano (Amore e Psiche del cimitero di Domitilla)oppure scene bibliche, ad esempio le varie avventure di  Giona che prefigurano la morte e resurrezione di Cristo, e il famoso Amorino del cimitero di Domitilla. A partire dal sec. III si nota, nella pittura delle catacombe il processo di fissazione delle forme. Notissimo esempio del maturare di uno stile cristiano è l’Orante del cimitero di Callisto, giocata sui bianchi diafani e sui corposi gialli, quasi luce che si cristallizza in forma classica. Le basiliche e le solenni costruzioni centrali che eresse il Cristianesimo trionfante offersero alla pittura un nuovo esempio; ed essa seppe adeguarsi al compito trionfale elaborando genialmente il classico mosaico. Il primo mosaico cristiano che incontriamo, nella volta del deambulatorio anulare del mausoleo di Santa Costanza del sec. IV, conservava il carattere (compendiario). Il gusto decorativo (di origine egizia) è tanto raffinato che si gode lo splendore del verde lumeggiato d’oro sul candido fondo musivo. Nel georgico regno dell’Ellenismo  ci riconducono invece, i mosaici delle navate di Santa Maria Maggiore. Se teniamo presente la stretta affinità di questi mosaici con la miniatura paleocristiana, il problema della precisa data appare non sostanziale, giacchè proprio nella miniatura l’ellenismo ha vivaci affermazioni, come provano le mirabili pagine della Genesi di Vienna. Certo è che nelle idilliche scene figuranti i Fatti di Abramo, Giacobbe, Mosè, Giosuè, gusto illustrativo e tecnica del colore sono così palesemente (terrestri), che il Talbot-Rice ha potuto definire i mosaici della basilica paleocristiana il tentativo di conservare lo stile pompeiano. La decorazione dell’arco trionfale nella stessa basilica arricchita da figure simboliche, è avvolta in un’atmosfera sacra; il fondo naturalistico del cielo in prospettiva in gran parte scompare per far posto al simbolico fondo d’oro; coerentemente le forme affiorano sul piano, il colore, diluito nei mosaici delle navate mercè  le vibrazioni luministiche, si rapprende nell’arco trionfale entro i rigorosi contorni lineari e crea smaltate superfici. In Roma, divenuta provincia, troviamo nel sec.VI, il mosaico della basilica di Sant’Agnese bizantinamente stilizzato e il mosaico absidale della chiesa dei  Santi Cosma e Damiano che è stato giudicato opera artificiosa di decadenza. Che in Roma operassero fermenti d’arte di Maria col Bambino scoperta, sotto una ridipintura bizantina, in Santa Maria Nova de Urbe. Nei cicli musivi di Ravenna dobbiamo distinguere la fase “protobizantina” del sec. V, da quella del sec. VI. Dalla prima fase sono documento altissimo i mosaici che creano, nell’interno del mausoleo di Galla Placidia, una musica dolce e profonda di colore, senza possibilità di paragone nell’arte d’ogni tempo e di ogni scuola. Volte e pareti sono tappezzate di un vellutato mosaico azzurro-indaco su cui splendono auree stelle e la Croce tra i simboli degli evangelisti. Lo sguardo si sperde estatico in questo azzurro, come nella profondità abissale del mare. Candide immagini di santi lungo le pareti, la mistica allegoria dei cervi che bevono alla fonte e la rievocazione luminosa del martirio di San Lorenzo nelle lunette delle pareti, infine, nella lunetta della porta, la famosa scena del  Cristo Buon Pastore nel fiorito giardino paradisiaco: ogni figurazione chiara ed eterea sul quale fondo cupemente magico appare come “visione” piuttosto che come “figurazione”. Nel  battistero degli Ortodossi alla romana varietà di tinte si sostituisce la ricerca di pochi e modulati toni, fonte prima della musicale magia degli effetti. I mosaici della cupola del battistero sono ripartiti in tre zone concentriche in cui si alternano toni chiari di oro ambrato e toni scuri di verde-azzurro: al vertice è figurato il Battistero di Gesù, cui assiste il fiume Giordano personificato, ultima eco ellenistica. Ma è nell’età di Giustiniano che Ravenna si arricchisce di capolavori bizantini. Ricordiamo il solenne complesso musivo che le navate di Santa Apollinare Nuovo, in tre zone sovrapposte. Al tempo di Teodorico risalgono le 26  piccole scene evangeliche dell’ultimo ordine, in corrispondenza alle finestre che sono intramezzate da una decorazione architettonica. Questa gioca come coronamento delle nicchie dell’ordine inferiore le quali sono disposte per ambientare 32 solenni figure di santi tra le finestre. L’oro di fondo bizantino, ma il gusto narrativo nelle scene evangeliche e la plasticità delle immagini dei santi fanno supporre che Teodorico abbia chiamato da Roma maestri di tradizione paleocristiana. Tanto più emerge, nel contrasto, la terza zona in cui il vescovo Agnello fece eseguire le famose “teorie” di vergini e martiri. Esse sono comprese tra le figurazioni di Maria e Cristo circondati dagli angeli, il palazzo di Teodorico. Le “teorie” sono invece da ascriversi ad artista costantinopolitano, di stile “aulico”. L’essenza liturgica bizantina di manifesta compiutamente nella uniformità  dei costumi (splendidi quelle delle vergini), nella ritmica sequenza di gesti ed espressioni onde riesce annullata l’individualità, la forma stessa si scioglie in ritmo. Nel presbiterio, alla più antica ellenistica maniera ravennate si uniforma  la complessa decorazione con scene bibliche ed epiche figure di evangelisti. Nell’abside, operano maestri venuti da Costantinopoli per i due grandi riquadri figuranti l’offerta rituale per il sacrificio della Messa, di cui sono protagonisti di cui sono Giustiniano e Teodora circondati dal clero e dai cortigiani. Poi troviamo il mosaico dell’abside di Santa Apollinare in Classe nelle sue forme lineari e nei suoi contrastati colori. Rappresenta, in forma simbolica la Trasfigurazione di Cristo, espressa nella Croce adorata dagli apostoli, più in basso si erge la spettrale figura del vescovo Apollinare con le sue pecorelle, in un sommario giardino simboleggiante il paradiso. Sul vertice, tra i simboli degli Evangelisti, appare i Cristo benedicente, il Pantocratore bizantino.

La scultura Paleocristiana e Ravennate.

La scultura Paleocristiana e Ravennate.

Tra i più antichi è il sarcofago degli Arieti così detto dai simbolici animali del sacrificio che hanno preso il posto dei leoni ornati le consimili arche

romane.

L'arca degli arieti appartiene a tutto un gruppo di sarcofagi detti del Paradiso e sono della metà del secolo III. Altri temi sacri e mistici si

diffondono nella scultura paleocristiana, ricordiamo qui il mirabile sarcofago delle storie di Giona.

Nel sarcofago di Giunio Basso l'orientalismo si fonde alla romanità in modo talmente armonico, da dare origine appunto al capolavoro della scultura cristiana.

Al posto delle tre o quattro arcate dei sarcofagi orientali si aprono nell'urna del prefetto di Roma. L'arcata a timpano orientale è usata nell'ordine

inferiore; nel superiore ,la corniciatura architravata è nettamente romana.

Ne corso del secolo IV si hanno sarcofagi complicatissimi detti ad alberi, che incorniciano la figura del Buon Pastore o dell'Orante che

accentuano la ricerca chiaroscurale valendosi anche della tecnica del trapano. Nelle provincie del Nord il nome dei sarcofagi sono detti a mura di

città perchè  le scene sacre campeggiano su fondali di archi e porte turrite. Gli avori paleocristiani, con le rare statue del Cristo docente e il

Buon Pastore con i preziosi cimeli delle porte lignee delle basiliche che completano l'affascinante visione del mondo paleocristiano.

Due tavole d'avorio unite a cerniera formano il dittico, che all'esterno si adorna di rilievi, all'interno offre una superfice liscia per iscrizioni votive

ecc. Tra i dittici profani ricordiamo quelli consolari, raffiguranti il magistrato con la mappa circensis  nella mano alzata in atto di dare inizio ai

giochi del circo. La serie dei dittici consolari segnano quelli di Anicio  Probo e di Boezio.

Tra i dittici sacri si ricorda le Marie del Sepolcro. Uno dei maggiori avori sacri paleocristiani è la cassettina, ridotta a forma di croce, nota con il nome di Lipsanoteca ( custodia di reliquie ),ricchissima di figure evangelistiche , vi è poi il dittico di Stilicone  e Serena. In Ravenna continuò l'uso del sarcofago; ma questo, collocato nelle basiliche, oltre ad essere scolpito su tutti i lati, rivestì maggiore importanza architettonica: ebbe un coperchio a cofano o a doppio spiovente, fu rialzato su di un piedistallo, incorniciato da colonne. La scultura ravennate mostra delle scene simboliche, tra cui ripetuta la Consegna della Legge a Pietro e Paolo, la Traditio  Legis.

Essa è rappresentata, con vivacità ellenistica, nel sarcofago della chiesa di San Francesco sec. IV, diviso in nicchie profonde, adorne di conchiglie. La stessa scena ritorna nel sarcofago detto di San Rinaldo nel duomo di Ravenna. Nel sarcofago del mausoleo di Galla Placidia la figura umana scompare, Cristo tra gli apostoli è rappresentato come Agnello mistico sul monte della sapienza, con a fianco due pecorelle.

Dal secolo VI la scultura in marmo bizantina si riduce all'intaglio di transenne e adotta nuovamente elementi simbolici: viticci, croci, raffigurazioni di animali mistici, quali la colomba, il pavone e l'agnello.

 Cessato con Giustiniano, l'uso dei dittici consolari, l'intaglio eburneo si prodiga in dittici sacri, in teche, in cassettine profane, e osa creare un capolavoro monumentale qual'è  la Cattedra di Massimiano, prezioso cimelio del Museo di Ravenna.

Osservazioni dell’arte Paleocristiana

Osservazioni dell’arte Paleocristiana

Il luogo dove si mettevano le donne veniva chiamato matroneo.

Il luogo dove si mettevano gli uomini veniva chiamato  presbiterio.

Anticamente al centro delle basiliche si vedeva un tronco parallelepipedo e significava che là era posto il santo. Poi fu trasportato sotto l’altare, infine fu messo in cripta.

I Pulpiti o Amboni  erano quelli che servivano a far leggere un sacerdote in vista della folla.

Il tetto delle chiese era fatto a cavalletti o ad appropriati. I cavalletti erano quelli che reggevano le tegole.

Il tetto è a spiovente.

I Battisteri sono quelli che nel centro di una chiesa hanno una vasca per battezzare.

Croci

Loculi: Campi incavati quadrati o poligonali che ornano i soffitti e sono spesso variamente decorati.

Cubicoli o Cripte: Sotterraneo per uso di sepoltura o per custodia di sacre reliquie sottostante all’altare maggiore.

Tomba ad Arcosolio: Arco incavato a guisa di nicchie ove nelle catacombe si poneva il sarcofago del defunto.

Transetto: Navata trasversale della chiesa a pianta longitudinale, che dà alla chiesa stessa la pianta cruciforme.

Abside o Tribuna: Parte ordinariamente semicircolare ma anche poligonale che limita la chiesa, dietro il coro.

Iconostasi: Elemento verticale di separazione del presbiterio dalle navate, adornato talvolta di statue.

Presbiterio: La parte della chiesa riservata al clero officiante, divisa dalle navate anticamente con transenne poi con balaustre.

Quadriportico: Porticato di forma quadrata che si apre dinanzi alla facciata della antiche basiliche cristiane.

Nartece: Lato del quadriportico delle antiche basiliche cristiane, aderente alla facciata.

Deambulatorio: Galleria che ricorre spesso intorno al coro di ina chiesa, limitata talora in giro da cappelle radiali.

Ambulacro: Corridoio nelle catacombe sulle cui pareti si aprivano i loculi.

Protiro o Propileo: Piccolo pronao a forma di edicoletta, frequente all’ingresso principale delle chiese romaniche.

Pluteo o Transenna: Parapetti in muratura, lastre intagliate che separavano la parte absidale della navata principale.

 

Catino: Conca o volta semisferica.

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