VICO CONSERVATORIO SAN LEONARDO
La chiesa di San Leonardo, fondata da Giovanni Mele, fu ampliata nel 1600 da Matteo Monaco. Ad essa nel 1601 veniva affiancato l’orfanatrofio di San Leonardo. Voluta da P. Luigi Fedele ( 1556 – 1610 ) aveva lo scopo di ricevere le ragazze nate nella classe nobile o civile e cadute in bassa fortuna. Al Fedele già si doveva la “ Congrecazione degli Artigiani “ che aveva lo scopo di soccorrere i poveri della città, nonché una forte donazione fatta alla Compagnia del Gesù. Incoraggiato da S. Bernardino Realino, il Fedele legò, col suo testamento del 1608, 4000 ducati di rendita, ultimi suoi averi di una solidissima posizione spesa in beneficenza, per la costruzione del rifugio, somma alla quale si aggiunse quella di 3000 ducati offerti dalla cittadinanza. Sorse così, attiguo alla omonima Chiesa, il Conservatorio. Nel 1796 Re Ferdinando IV tentò di risollevare le sorti dell’opera pia, che aveva visto le sue rendite assottigliarsi sempre più, unificando i suoi beni con quelli provenienti dai monasteri delle Teresiane Scalze e dell’Ospedale Fate Bene Fratelli, e fondando l’Orfanatrofio di San Francesco, ma l’intervento reale non fu sufficiente. Solo nel 1887 l’Orfanatrofio che ora si chiamava Margherita di Savoia, fu totalmente ristrutturato e riprese in pieno la sua funzione di assistenza, ma della vecchia struttura non restava più nulla.
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VICO STORTO CARITA' VECCHIA
Secondo la tradizione il vico prende il nome dell’antica chiesa di Santa Maria della Carità edificata sul luogo dove in origine era un’osteria. Si vuole che una sera, un certo Alfonsino, armigero del Governatore della città, infuriato per aver perso al gioco, abbia estratto la spada e colpito un’affresco rappresentante la Vergine col Bambino, che adornava la bettola; improvvisamente l’immagine del Bambino iniziò a sanguinare dalla “ ferita “ fra lo stupore dei presenti che aumentò ancora di più quando videro lo sbirro essere diventato cieco. I cittadini di Lecce comprarono l’osteria e costruirono al suo posto la Chiesa, retta dall’ordine dei Teresiani. Nel 1616 la Chiesa fu completamente sottoposta a restauri e nel 1838 si fusero assieme le due confraternite che vi facevano capo: quella del SS. Crocefisso e quella del Gonfalone. Quest’ultima, oltre gli istituzionali compiti di assistenza ai carcerati, risalente ai primi decenni del XVI secolo, aveva dal 1569 gestito il locale Monte di Pietà. La Chiesa fu consacrata il secolo scorso e il miracoloso affresco fu trasferito nella Chiesa di Santa Teresa.
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VICO DELLA CAVALLERIZZA
Il nome del Vico ricorda l’antica arte dell’”armeggerai “ cioè dell’addestrare i cavalli alle giostre e al combattimento. Quella delle “ giostre “ era una delle forme di divertimento fra le più ricercate del Medioevo. I Salentini, pur nella loro indole pacifica, erano all’epoca rinomati per la loro maestria nel combattere e sin dal secolo XI a Lecce si tenevano giostre e tornei che richiamavano i migliori cavalieri del regno. Anticamente la “ giostra “ veniva tenuta il giorno della festa di San Giacomo.
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VICO ISABELLA CASTRIOTA
Discendente da Giorgio Castriota, Principe albanese venuto in Italia su invito di Pio II al tempo in cui gli Aragonesi subivano le invasioni da parte dei Turchi ( fine del 1400 ), Isabella fu poetessa, vissuta nel 1700 a Lecce. Membro dell’allora fiorente Accademia degli Spioni, fondata nel 1681, di lei ricordiamo componimenti in lode di Re Carlo di Borbone. Il vico è facente parte dell’antica “ Isola “ di San Procopio come si rileva dall’opera di F. Antonio Piccinno “ Raccolta di antichi e moderni fatti “, dove riporta, fra l’altro, un elenco delle Isole del 1750. La cappella di San Procopio, non più esistente, risaliva al X-XI secolo.
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VICO SAN GIUSTO
Dove ora sorge Porta Napoli, vi era l’antica Porta di San Giusto. Protomartire discepolo di San Paolo, fu maestro di Santo Oronzo, protettore di Lecce e suo primo Vescovo, nonché di suo nipote San Fortunato.
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VICO DEI PROTONOBILISSIMO
I Protonobilissimo, originari di Amalfi e nobili del seggio di Capua, giungono nel leccese già nei primi anni del 1400 ( donazione fatta da G. Antonio Del Balzo Orsini a Floramondo Protonobilissimo del casale di Muro nel 1438 ). Francesco fu Vescovo di Trevico, presso Avellino, dal 1693 al 1701; Margherita fu Badessa presso il Monastero delle suore Benedettine di San Giovanni Evangelista, In Lecce nel 1716. I Protonobilissimo erano conosciuti anche col nome di Facciapecora.
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VICO SPEDALE FATE BENE FRATELLI
Giunti a Lecce nel 1588, l’anno seguente i monaci dell’ordine di “ San Giovanni di Dio “ ebbero in cura il complesso dell’Ospedale della Trinità dei Pellegrini fondato dai Maresgallo. L’Ordine, dopo aver accudito gli infermi anche presso l’Ospedale dello Spirito Santo, si stabilì nell’antica chiesa di San Basilio che, ristrutturata ed ampliata dall’architetto M. Manieri, prendeva il nome di Santa Maria della Pace e l’annessa casa veniva chiamata “ San Giovanni di Dio “. L’ordine monastico era di natura questuante e soleva salmodiare, durante la cerca, “ Fate ben fratelli “ da cui il nome del vico. Il convento è l’attuale Istituto Margherita su via Palmieri.
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VICO DEI PENSINI
Famiglia di Bergamo giunta a Lecce sul finire del 1400 e che, dopo essersene allontanata sul declinare del XVI secolo, vi fece ritorno con Giovan Francesco che, nel 1680 sposò Cecilia Maresgallo. La ricchezza accumulata la fece aggregare alla nobiltà cittadina nel 1700 ( fenomeno comune ad altre famiglie di Bergamo qui residenti, come i Cicala e gli Esperti ). Possedette i Casali di Pisignano e parte di quello di San Cesario, nonché il di Tramacere. La famiglia Penzini si estinse con Pasquale morto a Lecce nel 1868. I Penzini ebbero altare e diritto di sepoltura nella chiesa del Carmine e abitarono in uno dei palazzi ricavati dal vecchio palazzo comitale ( alla Via Palazzo dei Conti di Lecce ), acquistato dai Vadacca. I Penzini affidarono all’architetto Manieri ( 1714 – 1780 ) i lavori di ristrutturazione del palazzo ed in particolar modo del cortile, dello scalone e della facciata. Il vico era chiamato, prima della riforma toponomastica del 1871, Santa Barbara, dal nome di una Cappella edificata nel XVI secolo e che fu demolita, oramai cadente, nel 1850.
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VICO DE ARGENTERIS
Famiglia brindisina aggregata alla nobiltà leccese. Giovan Pietro, notaio del XV secolo, fece parte del Concistorium Principis con la carica di “ Procuratore Fiscale “; nello stesso periodo Gaspare fu addetto al controllo della zecca cittadina e ricoprì la carica di Protomastro ai pesi e misure; Nicolò nel 1446, Gabriele nel 1449, Gilberto nel 1477 e 1478, nonché nel 1500 e1501, Gaspare nel 1630, furono Sindaci di Lecce.
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VICO DEI FIESCHI
Fieschi o del Fiesco, è una delle quattro grandi famiglie di Genova, detta anche dei Conti di Lavagna. La tradizione vuole che abbia origine da un gentiluomo bavaro, che nel secolo XI acquistò detta contea. Ruflino morto nel 1177 fu padre di Ugo, il cui figlio, Sinibaldo, fu elevato al soglio pontificio col nome di Innocenzo IV ( 1243 – 1254 ). Di parte Guelfa, assieme ai Grimaldi fu in lotta con le famiglie Spinola e D’Oria, dal secolo XI al 1547, anno in cui trova la morte Gianluigi che aveva ordito una congiura contro il potere di Andrea D’Oria ( 1547 ). Il fallimento della congiura obbligò la famiglia Fieschi a lasciare Genova e a trovare scampo in Francia. Un ramo esercitò il commercio a Lecce. I Fieschi dettero alla Chiesa, oltre il citato Pontefice, anche Papa Adriano V e moltissimi Cardinali, Arcivescovi e Vescovi. Della congiura ordita da Gianluigi, oltre la tragedia scritta da Schiller, vi è “ Storia “ scritta da Agostino Mascardi e pubblicata ad Anversa nel 1629. I Fieschi godettero del patronato di una cappella del Duomo della citta’.
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VICO DEGLI ALBANESI
Il primo insediamento considerevole di albanesi a Lecce si ha con la venuta di Giovanni Castriota Scanderbegh, nel 1485 che permuta i feudi di Monte Sant’Angelo e San Giovanni Rotondo, dei quali era stato investito, da Re Ferdinando I di Aragona, suo padre Giorgio, con quelli di San Pietro di Galatina ( già stato dei Del Balzo ) e Soleto. Di certo essi dovevano essere presenti già ai tempi della Regina Maria, come risulta da documenti e patenti regie del 1500. Di arrivo di nuclei albanesi a Lecce si ha traccia ancora nel 1471 e nel 1476.
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VICO MONDO NUOVO
La denominazione “ Mondo Nuovo “ deriva dal fatto che il Vico è in quella zona dove si stabilirono quelle colonie, Mesagnesi, Greci, Albanesi, che avevano eletto Lecce a nuova residenza mantenendo le abitudini del proprio paese di origine e che continuavano a coltivare, costituendo così una zona dalle caratteristiche socioculturali ben definite all’interno della città.
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VICO DEL SOLE
Il culto del Sole è fra i più antichi e diffusi e il nome del vico potrebbe ricollegarsi ad esso se si accetta la traduzione in “ città del sole “ ( invece che in “ lupo selvaggio “ ) dell’antico “ Syrbar “ primo nome della città di Lecce risalente al periodo messapico.
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VICO DEI PETTI
Il vico Petti era in origine una corte chiusa dalle mura cittadine, resti delle quali sono ancora visibili in via Duca degli Abruzzi. Il nome deriva dall’antica famiglia “ Petti “ che aveva appunto nella corte il suo palazzo cinquecentesco. Al n.1 del vico vi è traccia di un balcone del XVI secolo forse ultimo residuo dell’abitazione.
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VICO GIULIO CESARE INFANTINO
Nato in Lecce alla fine del 1500 da Ortensio e Minerva Teofilato fu sacerdote secolare e parroco della chiesa di Santa Maria della Luce dal 1623. Morì verso la metà del XVII secolo. L’Infantino è l’autore dell’opera:” Lecce sacra, ove si tratta delle vere origini e fondazioni di tutte le Chiese, Monasteri, Cappelle, Spedali ed altri luoghi sacri della città di Lecce, e si descrivono gli epitaffi e descrizioni che sono in detti luoghi, e si fa memoria di alcuni uomini illustri si per santità di virtù, come per lettere, armi, pittura e scultura “. L’opera, pur essendo una importante fonte documentaria, specie per ciò che riguarda i templi leccesi, risente della volontà dell’autore di esaltare, nel ridondante stile letterario dell’epoca, le bellezze dell’arte e della città di Lecce, come ad esempio: “ La moltitudine dei letterati, la nobiltà delle famiglie, il numero dei Baroni… La copia delle ricchezze, la fertlità dei terreni, il beneficio dell’aria ecc.”. L’opera è comunque ricca di informazioni di vario tipo e da essa ad esempio apprendiamo che i monti di pietà, che dopo la cacciata degli Ebrei nel 1510 erano gestiti dai Cattolici, non prestavano somme superiori ai due ducati per la famiglia, con l’interesse di mezzo grano per ducato al mese. L’opera fu stampata da Pietro Micheli, che, secondo il Petraglione, nel 1632 aveva edito il primo libro del Salento, nell’anno 1634.
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